Un sparo nella notte

Nei primi mesi del 1975 Annamaria lascia Firenze, va in clandestinità a Roma, fonda il Nucleo 29 ottobre. La notte dell'8 luglio 1975 torna al suo appartamento di via Due Ponti. La polizia è già dentro. Ha ventidue anni.
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La latitanza

Nei primi mesi del 1975 Annamaria lascia Firenze e si trasferisce a Roma. Va in clandestinità. Fonda, insieme ad altri militanti dei NAP, il Nucleo 29 ottobre — intitolato alla data in cui Luca era stato ucciso.

Allo zio, che cerca di capire cosa stia facendo, dice di non preoccuparsi: ha trovato lavoro a Milano come rappresentante di enciclopedie, insegna in un istituto per bambini. Lo zio non ci crede del tutto ma non può fare altro.

La madre è in ospedale, gravemente malata. Annamaria non smette di andarla a trovare. Ogni volta che può sale a Firenze, passa la notte dallo zio, il giorno dopo va in ospedale e ci resta tutto il giorno. Poi riparte. Lo zio la vede l'ultima volta circa dieci giorni prima della sua morte, arriva di sera, si trattiene per la notte, la mattina va dalla madre, riparte all'indomani.

Annamaria si sdoppia: da una parte la clandestinità, dall'altra la brava ragazza che quando sale a Firenze soggiorna dallo zio, a cui dice di lavorare a Milano, e assiste premurosamente la mamma malata.

Dentro una grande rabbia e determinazione. «Era come se si fosse raddoppiata la sua forza», ricorda il compagno che la conobbe meglio. «Non c'era più Luca ed era come se lei volesse fare per due, anche per lui.»

Il ricordo che ha di lei è un incontro casuale, pochi mesi prima della sua morte. Si ritrovano in una piazza a Firenze. Lei va da una parte, lui dall'altra. Si salutano, parlano qualche minuto. Poi lei va verso il treno. Non la vedrà più.

L'individuazione del covo

A Roma l'Antiterrorismo, attraverso le indagini sul sequestro del giudice Giuseppe Di Gennaro — un'azione a cui Annamaria aveva partecipato con un ruolo significativo — risale ai covi dei NAP. Tra gli indirizzi c'è via Due Ponti, alla periferia nord di Roma. È lì che abita Annamaria.

Materiali_via_due_Ponti.jpg Materiale rinvenuto nella base di Via Due Ponti

La mattina del 7 luglio 1975, con un regolare mandato di perquisizione, gli agenti entrano nell'appartamento. Trovano materiale, armi, documenti. L'azione si svolge con la massima discrezione, nessuno si accorge di nulla. I poliziotti restano nell'appartamento. Aspettano. Qualcuno arriverà.

La sera dell'8 luglio, verso le 21, Annamaria telefona allo zio a Firenze. Parlano brevemente. Solo delle condizioni di salute della madre.

Via Due Ponti: l'una di notte

Roma, notte dell'8 luglio 1975. Annamaria Mantini parcheggia l'auto in una strada laterale, lontano dall'ingresso. È una precauzione abituale, non si lascia la macchina sotto casa, non si crea un collegamento visibile tra il veicolo e l'appartamento. Lo sa chiunque viva in clandestinità. Scende, chiude lo sportello, si guarda intorno. La strada è deserta.

Cammina verso via Due Ponti. È la periferia nord di Roma, case popolari, niente movimento a quell'ora. Ha trascorso la sera con i compagni Antonio Lo Muscio e Nicola Pellecchia. Li ha salutati, ha preso la sua direzione. Adesso è sola.

Ricostruzione morte Mantini. Una ricostruzione apparsa sui giornali dell'epoca della morte di Anna Maria.

Arriva al portone. Sale le scale. Sul pianerottolo si ferma un momento, cerca le chiavi. Le trova. Infila quella dell'appartamento nella serratura.

Quando Annamaria apre la porta, uno sparo. Il proiettile la colpisce in piena faccia, appena sotto lo zigomo. Annamaria cade sull'uscio di casa, morirà poco dopo. Ha ventidue anni.

I giornali, nei giorni successivi, la descriveranno come una ragazza tranquilla che si era radicalizzata per vendicare il fratello. Una versione romantica, comoda, che riduce tutto a un moto sentimentale. La realtà è più scomoda: era una militante che aveva fatto la sua scelta, maturata in anni di lavoro politico nel carcere e fuori. Che quella scelta fosse dettata anche, o forse soprattutto, dalla morte del fratello appare però indubbio. Una scelta trasformatasi in tragedia.

Una famiglia distrutta

Il riconoscimento lo fa Antonio Troiese, l'ex ragazzo dei tempi della parrocchia, si guarda attorno confuso ed incredulo. E toccato a lui, nessun altro membro della famiglia era reperibile. Lo zio Lorenzo Mantini, non è potuto venire: é al capezzale della mamma di Luca ed Anna Maria.

«E chi oserà mai dire a sua madre che anche lei, Anna Maria, è morta come suo fratello? No, non glielo diremo, la lasceremo morire in pace, tanto le rimangono ancora pochi giorni di vita». «Una famiglia distrutta , dice Lorenzo Mantini, allargando le braccia rimango solo, qui, in questa casa, dove pure siamo stati tanto felici quando c'era mio fratello e i ragazzi crescevano bravi, buoni. Siamo stati una famiglia molto perbene, lo chieda in giro, glielo confermeranno»

Tomba Luca e Anna maria.png La tomba di Luca e Anna Maria Mantini

Lorenzo, scapolo, ha sempre abitato insieme con la famiglia del fratello; ha contribuito anche lui all'acquisto del piccolo appartamento, in una casa di quattro piani, una decina d'alloggi in tutto. Dino è morto nel '66, quando stava per compiere i cinquant'anni, stroncato da un male incurabile. S'è dedicato, come un padre, ai nipoti che nel '66 avevano 20 anni lui, 13 lei. Un compito difficile, faticoso. «Come dovevo fare? Ho cercato di tenerli nella retta via fin che ho potuto — dice Lorenzo La politica me li ha guastati». «No, a mia cognata non diciamo niente, morirà convinta che Anna Maria stia per arrivare ancora una volta per trovarla. E aggiunge: «Adesso che anche lei. povera figliola, è stata uccisa, nulla ha più importanza nella nostra vita » [1]

Gli anni crudeli sono appena cominciati.

Note

[1] Da un articolo de La Stampa del 10 luglio 1975

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