Le Cure
Il quartiere delle Cure, a Firenze, sembra tagliato fuori dal resto della città. Casette linde, gente tranquilla. Un villaggio, dicono quelli che ci abitano, e come un villaggio si comporta: quando uno dei suoi è in guai seri, la gente fa quadrato. Non si parla con gli estranei, si protegge il gruppo.
Luca Mantini nasce qui il 18 ottobre 1946. Il padre lavora all'azienda tranviaria, ha una sorella di sette anni più giovane: si chiama Annamaria. Una famiglia piccolo borghese, che incomincia ad assaporare un po' di benessere. Le aspettative dei genitori per i figli sono le solite: studiare, sistemarsi, trovare un posto fisso.
Luca frequenta la parrocchia delle Cure, si iscrive all'istituto tecnico Leonardo da Vinci. Per la scuola non ha nessun interesse e passa anni tra bocciature e ripetizioni. Il diploma di perito tecnico lo strappa nel 1969, tre anni in ritardo.
È uno spirito inquieto. Accanto alla scuola colleziona lavoretti: garzone di fioraio, procacciatore di assicurazioni, artigiano di statuine di gesso e crocefissi da turisti. A chi gli parla del futuro risponde che il posto fisso equivale a prostituirsi. Quando ottiene il diploma si iscrive a Economia e Commercio. Non per la famiglia, questa volta. Ha capito che per criticare il sistema bisogna capirne i meccanismi.
Piazza delle Cure a Firenze
Alle Cure lo ricorderanno come un ragazzo gentile, quello che giocava a calcio nell'Esperia con il figlio del commesso del forno. L'altro Luca non lo conoscono e non vogliono conoscerlo. L'unica che ci vede qualcosa è la madre. Il parroco del quartiere, padre A.M., barnabita, ricorda che la donna si confidava con lui: il tipo di amici che Luca frequentava, le telefonate, i rientri a notte inoltrata.[inizio testo corsivo] «Questo era vero anche per Annamaria, non soltanto per Luca»,[fine testo corsivo] aggiunge.
La politica e il carcere
In quegli anni di protesta, Luca scopre la politica, quella vera, fatta sul campo. Aderisce a Lotta Continua. Lotte per la mensa universitaria, occupazione delle case in via Manni, del Centro sfrattati, della Casa dello studente.
Nell'aprile del 1972, a Prato c'è una protesta contro un comizio missino. La sua vita ha una prima svolta. Durante la manifestazione ci sono disordini, botte con fascisti e polizia, volano le molotov e partono gli arresti. Luca finisce dentro con altri due militanti. La sentenza è dura: due anni e otto mesi — oltre alla resistenza gli viene contestata anche la detenzione di congegni esplosivi.
Di fatto, grazie alla cosiddetta legge Valpreda sulla carcerazione preventiva, sconta solo nove mesi.
Quel breve periodo basta a Luca per scoprire un nuovo mondo. In carcere si avvicina ai detenuti comuni con una disponibilità che altri politici non hanno. I compagni che finivano alle Murate tendevano a fare gruppo a parte —[inizio testo corsivo] «avevano la puzza sotto il naso»,[fine testo corsivo] ricorda chi lo conobbe allora. Luca no. Si mette in cella con gli altri, comincia a conoscere la gente. Costruisce rapporti umani prima ancora che politici.
Collettivo George Jackson
Quando esce lascia Lotta Continua, ne critica la linea troppo morbida. Si avvicina a Potere Operaio, che a Firenze ha una presenza significativa. Con i compagni di Potere Operaio si discute apertamente di fare «cose clandestine» per autofinanziare l'attività. Luca accetta con entusiasmo e porta con sé le persone conosciute in carcere.
La copertina del libro di George Jackson Con il sangue agli occhi
Entra nel Collettivo Carceri e poi, nell'estate del 1974, promuove la creazione del Collettivo George Jackson — dal nome del rapinatore afroamericano che nel penitenziario californiano era diventato militante delle Pantere Nere, ucciso nel 1971 durante un tentativo di evasione. Per il collettivo affitta una sede a Santa Croce.
Non è uomo da tavolino. I compagni ricordano la sua insofferenza per il lavoro teorico — un giorno lo convincono a preparare un volantino, lo redige in fretta con errori di ortografia. Preferisce lavorare da porta a porta. Casa sua è aperta a tutti i ricercati, non sa dire di no a nessuno. Quando ha fondato il Collettivo Jackson, tutti si sono spostati lì — non per ideologia, ma perché Luca è una calamita.
I NAP
Il Collettivo Jackson non gli basta più. Le lotte devono collegarsi a qualcosa di più grande e strutturato: i NAP. Non tutti i membri del Collettivo Jackson sono d'accordo, ma Luca va avanti. Non per una strategia precisa — all'epoca, ammette chi era con lui, di strategia ce n'era poca — ma perché legarsi a chi ha già esperienza sembrava sensato. Ed è qui la seconda svolta: quella decisiva. Insieme ad alcuni compagni fonda la colonna fiorentina dei NAP.
Scritta apparsa sui muri di Firenze
La realtà è però ben diversa da quello che sembra, ma si capirà solo negli anni successivi. La struttura dei NAP è fragile: militanti politici ed ex detenuti con storie diverse, motivazioni non sempre coincidenti, qualcuno con reati gravi alle spalle. Un'organizzazione porosa, difficile da tenere.
Malgrado questi limiti, i NAP sono l'unica banda armata che agisce nel centro-sud. La maggior parte delle azioni si concentra a Napoli, ma anche Firenze ha una colonna molto attiva. I NAP hanno iniziato il loro percorso fatto di incendi, irruzioni nelle sedi missine, sequestri e rapine alle banche per autofinanziarsi.
Luca, come esponente di spicco della colonna fiorentina dei NAP, la mattina del 29 ottobre 1974, a bordo di un'auto, si dirige verso un'agenzia della Cassa di Risparmio in piazza Leon Battista Alberti a Firenze. Il ricavato della rapina servirà a pagare un acquisto di armi.