Morte di un comunista

Il 29 ottobre 1974 una rapina alla Cassa di Risparmio di piazza Alberti a Firenze finisce in una sparatoria. Luca Mantini e Giuseppe Romeo restano sul selciato. La dinamica dei fatti alimenta per anni il sospetto di un agguato. Saranno gli stessi protagonisti, vent'anni dopo, a raccontare come andò davvero.
Titolo del Corsera sulla rapina Mantini

Piazza Alberti ore 12

Piazza Leon Battista Alberti a Firenze è quasi mezzogiorno. Una 124 grigio chiaro si ferma nei pressi del filiale della Cassa di Risparmio, scendono quattro giovani. Con un gesto improvviso due si calano il passamontagna sul volto ed entrano nell'agenzia. Un altro estrae la pistola e si posiziona davanti all'ingresso. L'ultimo resta a guardia dell'auto. I due entrati in banca gridano la frase di rito: «Mani in alto, questa è una rapina.» Velocemente si recupera il denaro. A parte il magro bottino, appena 3 milioni, sembra andare tutto bene.

RICOSTRUZIONE_RAPINA_NAZIONE.png La ricostruzione della rapina apparsa sul La Nazione

I due con una certa calma escono. Fuori, però, ci sono tre uomini dei carabinieri della squadra antirapina che intimano: «Fermatevi, siete bloccati.» I terroristi reagiscono e inizia una sparatoria. Colti di sorpresa i rapinatori hanno la peggio. Uno, colpito a morte, cade sul selciato della piazza. È Giuseppe Romeo, appena vent'anni, originario di un paesino in provincia di Avellino. Luca Mantini riesce a salire in macchina ma viene raggiunto da un colpo alla testa, si accascia sul volante.

Gli altri due componenti del commando, seppur entrambi feriti, riescono a fuggire. La loro libertà dura poco. In serata sono arrestati. Sono Pasquale Abbatangelo, già condannato per reati comuni, e Pietro Sofia, che deve scontare una pena a 17 anni per omicidio.

Anche il maresciallo Luciano Arrigucci resta ferito a un fianco, fortunatamente in maniera non grave.

Il carabiniere Mauro Conti, uno dei tre che hanno effettuato l'arresto, racconta:

«Sono usciti tranquilli poi li ho visti salire in macchina rapidamente e partire con gli sportelli ancora aperti. Io ero sull’angolo più vicino alla banca. Davanti a me, all’altro angolo, c’era il maresciallo Arrigucci. Tra noi due stava l’appuntato Romaniello. L’auto, muovendosi dalla banca, andava proprio incontro al maresciallo: l’ho sentito gridare: “Fermatevi, siete bloccati!”. I banditi hanno risposto con una scarica di colpi e il maresciallo è caduto sotto gli occhi della moglie che si era affacciata alla finestra della sua abitazione a pochi metri di distanza.

morte_romeo.png Giuseppe Romeo sull'asfalto di piazza Alberti

La ricostruzione non convince e la dinamica dell'azione suscita più di un dubbio. Riguardo la presenza della pattuglia fuori della banca nei primi momenti gli stessi investigatori parlarono di una soffiata. L'altro interrogativo riguarda il perché i carabinieri non hanno agito prima della rapina e hanno invece atteso uscita dei rapinatori.

Questi dubbi sono fatti propri dagli ambienti extraparlamentari. Nel volantino di rivendicazione i Nap affermano:

«I compagni fucilati in Piazza Alberti erano militanti dei NAP e come tali li rivendichiamo. Dalla dinamica dei fatti emergono incontestabili due dati: la premeditazione e la precisa volontà di uccidere.»

Rivendicazione dei Nap

La ricostruzione di Rosso

Nel marzo del 1975, la rivista Rosso, punto di riferimento dell'area di autonomia operaia, torna con un lungo articolo sulla rapina di piazza Leon Battista Alberti. Sotto il titolo eloquente di "L'agguato di Firenze" scrive:

«I carabinieri sono a conoscenza della rapina, si appostano, e con fredda determinazione uccidono due “rapinatori” che sono dentro la macchina, feriscono gli altri due che in seguito sono catturati. Le perizie balistiche parlano chiaro: sono stati colpiti con armi di grande precisione da militi che erano ben appostati. II massacro voluto e concertato dallo Stato sembra concludersi con le congratulazioni del PCI di Firenze e con le solite promozioni dei militi che vi hanno preso parte.»

Rosso, marzo 1975

La cartina di Rosso sulla rapina del 29/10/1974[Descrizione immagine] La ricostruzione di Rosso - clicca per ingrandire

nelle pagine è presente anche una cartina dove sono indicati i punti da dove sarebbero partiti i colpi:

[...] sicuramente sparati da franchi tiratori appostati o sul cavalcavia o sulla casa di fronte alla banca. Sono i colpi di cui nessuno parla, ma che ai fini dell’agguato risultano decisivi

Ibid

I protagonisti fanno chiarezza

Gli interrogativi rimasero fino al 1995. A fare chiarezza contribuirono, bisogna dire con grande onestà, gli stessi protagonisti dell'azione,quando nell'ambito del Progetto memoria, un tentativo di Curcio e d altri ex brigatisti di ricostruire la storia del terrorismo in Italia, si trova una prima descrizione della rapina seppur in forma anonima.

Il volantino dei NAP su quell’evento ha una credibilità limitata, venne fatto nella concitazione del momento su iniziativa privata di un militante, che partiva dall’idea che ci fosse stata una delazione fuori dal gruppo. Invece, come poi abbiamo ricostruito anche in sede processuale, la cosa è avvenuta in modo molto diverso. L’esproprio di piazza Alberti non era previsto. Dovevamo farlo in un’altra banca. Siamo arrivati lì e l’abbiamo trovata circondata dalla celere perché c’era uno sciopero. Così ci siamo messi a girare per Firenze, passando davanti ad altre tre o quattro banche. Nessuna andava bene.

Noi dovevamo assolutamente reperire i soldi per una partita di armi, avevamo già preso l’impegno, non potevamo perdere la faccia. A un certo punto siamo arrivati in piazza Alberti, dove però era stato messo un uo mo ‘antirapina’, in borghese. Noi ci siamo resi conto di essere stati visti da quest’uo mo, ma credendo dovesse perdere comunque del tempo per chiamare la polizia, decidemmo di farla lo stesso, operando molto alla svelta. Invece questo era un carabiniere, è andato al bar, ha chiamato il suo collega e il maresciallo, che abitava proprio lì in piazza e che pare sia sceso addirittura in pantofole. Si sono predisposti a triangolo c ci hanno aspettati. Quando siamo usciti hanno cominciato a sparare. Il compagno che stava fuori di copertura si era messo anche lui a sparare, ma gli si era inceppata la pistola.

" Ma per rendere chiaro chi è Luca, oltre al fatto che aveva questa simpatia per i rapinatori, e voleva sapere tutto, come si fa a prendere le macchine, a fare questo e quello, quel giorno lì, per dire la generosità d’animo che aveva Luca, va detto questo. Lui guidava la macchina, è partito in mezzo alla sparatoria, aveva già svoltato l’angolo quando ha visto nello specchietto retrovisore l’altro compagno che aveva un mezzo autonomo, ma era ferito ad un braccio. la inchiodato, ha detto “c’è an cora P. ferito”, così ha fatto marcia indietro c l’ha caricato.

Sguardi ritrovati, Sensibili alle foglie, 1995, pag.47

La conferma la si ebbe oltre venti anni dopo, nel 2017. Pasquale Abbatangelo nel libro "Correvo pensando ad Anna" scrive.

La rapina di Piazza Alberti e la morte di Luca Mantini e di Sergio Romeo destarono una enorme sensazione tra l’opinione pubblica e nel movimento rivoluzionario. Erano i primi morti della guerriglia italiana dopo Giangiacomo Feltrinelli, e la dinamica dei fatti indusse molti ad ipotizzare un agguato dei carabinieri nei nostri confronti. Ma è chiaro che non si verificò niente del genere. La verità è che molto dipese dal caso e dalla nostra cocciutaggine…Ma bisogna avere il coraggio di riconoscere gli errori e di guardare in faccia le cose. Peccammo di frettolosità sia nella riunione plenaria, sia sul terreno di azione. La partita di armi era sicuramente importante, ma non abbastanza da autorizzare una rapina priva di inchiesta seria ed approfondita…E noi cademmo in un agguato”

Pasquale Abbatangelo, Correvo pensando ad Anna, DEA, 2017

Anche Abbatangelo conferma il gesto di Luca Mantini che torna indietro per recuperare il compagno ferito

Luca decise tutto in un attimo. Ringhiò che bisognava recuperare il compagno, spinse il pedale del freno, e innestò la retromarcia, cominciando a sgommare all’indietro. Poi, all’improvviso, l’automobile si spense, e io lanciai un urlaccio: “Oh Luca, che cazzo combini, fa subito ripartire ‘sta macchina”. Ma il mio amico era morto, la faccia riversa sul volante e le mani penzoloni sul corpo

Ibid

Morte di un comunista

L'identificazione dei componenti il gruppo dei rapinatori è complessa. I documenti falsi e la presenza di due "comuni", Abbatangelo e Sofia nelle prime ore fa propendere per la rapina comune

Il Corriere della Sera del 30 ottobre 1974 titola: «Due banditi uccisi, maresciallo ferito.» Il giorno seguente torna sulla notizia: i nomi sono stati identificati, Luca Mantini e Giuseppe Romeo sono "politici" la rapina aveva lo scopo di finanziare i Nap. A sera arriva la rivendicazione dell'organizzazione.

 

morte_romeo.png Luca Mantini

A Firenze, tra i giovani del sottoproletariato con cui Luca aveva lavorato, c'è sgomento. Nel quartiere delle Cure la gente fa quadrato. I vicini non sanno niente, non hanno visto niente. Proteggono la madre, gravemente malata. Proteggono il silenzio. Non capiscono la parabola esistenziale di Luca, da ragazzo di quartiere a rapinatore appartenente a una banda armata.

Anna Maria, la sorella, va all'obitorio il 31 ottobre. È calma, composta. Riconosce la salma: «Sì, è proprio lui, Luca.» Si china e depone tra le mani del fratello alcune pagine di un libro. Il libro è Col sangue agli occhi, di George Jackson. Poi esce.

Prima di andarsene dice qualcosa. Le stesse parole che compariranno sui manifesti affissi sui muri di Firenze: «Dica questo di Luca: che è morto da comunista. Che da quando aveva sedici anni ha lottato come comunista.»

Lascia un commento