Una lunga scia di sangue

Annamaria Mantini muore l'8 luglio 1975. I NAP non archiviano la sua morte la trasformano in un programma. Tuzzolino, Dell'Anno, Noce: ogni nome è un conto aperto. In mezzo, Prisco Palumbo, ventiquattro anni, che stava solo facendo il suo lavoro.
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Il filo rosso

Annamaria Mantini muore l'8 luglio 1975. I NAP non archiviano la sua morte. La trasformano in un programma. Chi ha sparato, chi ha gestito l'operazione, chi ha mentito dopo, con ognuno hanno un conto aperto.

Tuzzolino 9 febbraio 1976

È mattina. Antonio Tuzzolino esce dal portone di casa sua.

Dopo la morte di Annamaria Mantini gli è stata assegnata una scorta, quella mattina però si reca al lavoro da solo. Il vicebrigadiere cammina sul marciapiede come qualunque altro.

Tuzzolino letto.png Antonio Tuzzolino in ospedale dopo l'operazione

Un'auto si avvicina lentamente. Dal finestrino escono le pistole. Sparano cinque volte. Tuzzolino cade sul marciapiede. È vivo, ma i proiettili gli hanno lesionato la colonna vertebrale. Non si rialzerà più.

I NAP rivendicano subito: è la risposta alla morte di Annamaria. Il suo nome è nel comunicato. Il conto era aperto da luglio.

Tuzzolino se l'aspettava ai colleghi aveva confidato: «Un giorno i Nap si vendicheranno»

Antonio Tuzzolino resterà sulla sedia a rotelle per il resto della sua vita. Nel 2015, quarant'anni dopo, viene ricevuto in udienza privata da papa Francesco. Un nome che non ricordava più nessuno ci riporta negli anni crudeli.

Dell'Anno 5 maggio 1976

Paolino Dell'Anno è il procuratore che la notte dell'8 luglio aveva costruito la versione ufficiale sulla morte di Annamaria. Colpo accidentale, colluttazione sulla porta, il braccio nello stipite. Una storia che non convinceva, ma che aveva retto abbastanza. L'inchiesta era durata poco, il tutto era stato presto archiviato, nessun processo.

I NAP che nel comunicato di rivendicazione lo chiamano «ergastolino» per la durezza del suo operato, lo accusano di aver contribuito a coprire l'omicidio.

Quel pomeriggio Dell'Anno esce dal palazzo di giustizia. Lo colpiscono alle gambe. Dell'Anno cade sui gradini, viene soccorso, sopravvive. Le gambe, dicono i NAP nel comunicato, sono la punizione per chi cammina sulla menzogna.

Noce e Palumbo 15 dicembre 1976

È sera. Alfonso Noce rientra a casa sua in zona Trionfale. Noce è il capo dell'Antiterrorismo nel Lazio e in Abruzzo — l'uomo che ha coordinato le operazioni contro i covi dei NAP nella seconda metà del 1975, via Due Ponti compresa. I NAP lo considerano il responsabile dell'agguato in cui Annamaria è morta.

Con lui c'è la scorta. Tra gli agenti c'è Prisco Palumbo, ventiquattro anni, di Capua, in servizio da poco.

Prisco Palumbo Prisco Palumbo all'interno dell'auto colpita dai terroristi

L'auto si ferma sotto casa. Il gruppo di fuoco dei NAP è già in posizione. Aprono il fuoco sull'auto ancora ferma, gli sportelli ancora chiusi. Scaricano le pistole contro i finestrini.

Noce viene colpito. Sopravvive. Prisco Palumbo muore sul colpo. Non era nel mirino di nessuno. Era solo nel posto sbagliato. Quel ragazzo di appena ventiquattro anni, che si sarebbe sposato un mese dopo, non rientra nel folle conto della vendetta. I NAP nel comunicato lo ignorano.

La scia di sangue

Romeo, Luca e Anna Maria Mantini, Prisco Palumbo — tutti giovani, poco più che ventenni. E poi Tuzzolino, Dell'Anno e Noce, coinvolti in un'assurda spirale di vendetta.

Negli anni crudeli si partiva da grandi motivazioni — cambiare il mondo, costruire una società più giusta — e si finiva per creare una lunga scia di sangue, con lutti e sofferenze che non risparmiavano nessuno, neanche gli autori.

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