Un film nato dall'interno
Quando nel 1996 uscì nelle sale "La mia generazione" di Wilma Labate, le aspettative erano comprensibilmente alte. Il cinema italiano aveva spesso rappresentato i protagonisti della lotta armata degli anni Settanta ricorrendo a figure piatte, costruite più sull'urgenza narrativa che sulla comprensione storica.
Questo film sembrava promettere qualcosa di diverso: la sceneggiatura era stata concepita in carcere da Paolo Lapponi e Andrea Leoni, due membri delle Unità Comuniste Combattenti condannati per costituzione di banda armata nel 1982 rispettivamente a ventiquattro e trent'anni. Il progetto era nato durante la detenzione, scontata tra Poggioreale, Rebibbia, Termini Imerese e Trani, con la collaborazione di Giosi Mancini e Francesca Marciano. Una visione dall'interno, dunque: chi aveva vissuto quella stagione avrebbe finalmente potuto raccontarla senza la mediazione esterna di chi quella stagione l'aveva osservata da fuori. La promessa, però, è rimasta in gran parte disattesa.
Guardie e ladri: uno schema immutabile
Ambientato nel 1983, il film segue il trasferimento di Claudio Braccio, un ex terrorista di estrema sinistra condannato a trent'anni, da un carcere speciale siciliano verso Milano. Durante il viaggio in furgone, sotto la scorta di un capitano dei Carabinieri, si sviluppa un confronto tra le due figure che il film presenta come il cuore della storia: la responsabilità politica, la memoria del passato, le scelte compiute e quelle ancora aperte. Il presupposto era esatto. Il problema è nell'esecuzione.
Il trasferimento di Braccio (Claudio Amendola) con accanto il capitano dei carabinieri (Silvio Orlando)
Il capitano dei Carabinieri, interpretato da Silvio Orlando, è una macchietta: infido, mellifluo, capace di ricattare il detenuto senza che il film si preoccupi di fornire la minima spiegazione psicologica o contestuale per un comportamento così abbietto. Non c'è storia, non c'è motivazione, non c'è un'umanità complessa da esplorare: c'è soltanto la divisa che indossa, come se quella bastasse a spiegare tutto. È lo stereotipo della guardia cattiva.
Ben altro trattamento riceve Braccio. Presentato quasi come un eroe romantico, con i suoi silenzi, i suoi smarrimenti, la scelta finale mostrata come coerente e giusta, il personaggio viene avvolto in un alone di dignitosa malinconia che finisce per sostituirsi all'analisi. Non c'è nessun tentativo serio di indagarne le motivazioni ideologiche, le idee, il percorso che lo ha condotto alla lotta armata. La tristezza e il disincanto sono lì al posto delle spiegazioni, come se il dolore di un personaggio esonerasse il racconto dall'obbligo di capire.
La terza figura e il quadro completo
A completare il quadro c'è Concilio, detenuto comune salito sul furgone durante il trasferimento. Anche questa figura risulta immediatamente simpatica, e la sua presenza finisce per rafforzare ancora di più lo schema complessivo: ladri buoni, guardie cattive. L'umanità calorosamente distribuita tra il terrorista e il criminale comune, contro la fredda brutalità istituzionale, è un disegno troppo preciso per essere casuale.
L'attacco dei cittadini alla caserma dei carabinieri
Ad aggravare questa visione manichea contribuiscono alcune sequenze che risultano difficili da credere anche solo sul piano narrativo. L'assalto spontaneo dei cittadini al furgone con i detenuti è costruito quasi a suggerire l'esistenza di un clima di linciaggio nei confronti dei terroristi, cosa che per fortuna nel nostro paese non si è mai verificata. E l'espediente della processione religiosa, usato per disperdere la folla e consentire al convoglio di ripartire, ripropone con eccessiva disinvoltura lo stereotipo della religione come strumento di controllo sociale.
Una coerenza che non basta
La critica cinematografica ha registrato questa tensione irrisolta con accenti diversi. Sul "Sette", Paolo Mereghetti ha riconosciuto nell'occhio della Labate un approccio rispettoso e rigoroso verso un soggetto spinoso, lodando la sua onestà nel non barare sulle carte.
Gian Luigi Rondi, su "Il Tempo", ha tuttavia messo il dito sulla piaga: i personaggi, pur disegnati con piglio sicuro, finiscono per essere travolti da situazioni esteriori e spesso didascaliche, con dialoghi che incespicano nel luogo comune o si avventurano in facili polemiche sul dopo-terrorismo. Il confronto con "La seconda volta" di Calopresti e Moretti, che aveva affrontato un tema analogo con rigore e asciuttezza maggiori, non gioca a favore del film.
Occasione mancata
Il punto non è che "La mia generazione" sia un brutto film. La regia ha momenti di tensione autentica, la recitazione è solida, la fotografia di Pesci sa costruire atmosfere. Silvio Orlando, originariamente tentato dal ruolo di Braccio prima di rinunciarvi per timore che il suo modo di recitare "troppo umano" potesse sbilanciare il film dalla parte degli ex terroristi, offre una prova tecnicamente ineccepibile anche in un ruolo che il copione non lo aiuta a costruire con profondità.
Il punto è che questa storia prometteva di fare qualcosa che il cinema italiano faticava a fare: guardare dall'interno la generazione degli anni di piombo, capirne le dinamiche umane e ideologiche senza difensivismo e senza demonizzazione. Quella promessa non viene mantenuta. Il film sceglie invece di ribaltare i poli dello schema preesistente, rendendo simpatici i perseguitati e cattivi i persecutori, senza chiedersi se sia davvero questo il modo migliore per capire qualcosa di quella stagione.
Abbiamo criticato spesso la mancanza di equilibrio nei film che rappresentavano i terroristi come semplici mostri privi di umanità. Lo stesso metro di giudizio deve valere per "La mia generazione", che non esce dallo stereotipo ma lo percorre in direzione contraria. Un'occasione mancata, tanto più amaramente perché partiva da presupposti rari e preziosi.