Una operazione commerciale sbagliata
Nel 1979, mentre l'Italia viveva gli anni più drammatici del terrorismo, Dino Risi - uno dei padri fondatori della commedia all'italiana - tenta di affrontare il tema della lotta armata attraverso la storia di un padre e un figlio. Il risultato è un'operazione commerciale imbarazzante che sfrutta gli stereotipi consolidati senza alcuna capacità di analisi, sprecando il talento di Vittorio Gassman in un copione inconsistente e qualunquista.
Lo stereotipo gassmiano senza fantasia
Albino Millozza è l'ennesima riproposizione dello "stereotipo gassmiano": l'uomo di mezza età, sbruffone, prepotente, che viaggia sul filo della legalità. Un personaggio già visto in "C'eravamo tanto amati", "In nome del popolo italiano", "Il tigre", "Il profeta". Risi, affiancato dal figlio Marco e da Bernardino Zapponi, costruisce una sceneggiatura che scade nel cliché più abusato: industriale di successo intrallazzatore, padre contadino portatore di "sani principi", due donne evanescenti e avide, una figlia drogata, un figlio terrorista.
Gassman e Aurore Clement
Scene che lasciano interdetti come la rapina in banca trattata come routine noiosa, il dialogo interessato delle amanti in ospedale, la conversione della figlia agli Hare Krishna.
Il terrorismo ridotto a macchietta
Se possibile, ancora peggiore è il trattamento riservato alla lotta armata. Siamo nel 1979, nel pieno fulgore del fenomeno, quando i terroristi erano ancora largamente sconosciuti. Ma invece di riconoscere la propria incapacità a descrivere il fenomeno - come farà onestamente Amelio in "Colpire al cuore" - Risi costruisce un racconto inverosimile di pura fantasia che oggi suscita quasi ilarità.
Gassman con il figlio Marco, l'attore Stefano Madia
Il figlio Marco è il classico stereotipo del bravo ragazzo debole e succube della personalità paterna. Nessun accenno alle motivazioni che potrebbero portare all'esecuzione del proprio padre. Gli amici terroristi hanno come unica caratterizzazione la barba. L'espediente del diario in cui il ragazzo annota le decisioni del gruppo è di per sé improbabile, in ambito terroristico diventa pura fantascienza. E poi l'attentato spostato all'estero, addirittura in Canada, quando come noto i terroristi non hanno mai colpito fuori dall'Italia.
Il fallimento del confronto generazionale
Risi perde completamente l'occasione di fare un'analisi sociologica seria, macchiandosi invece di qualunquismo. Il disagio giovanile e le idee della sinistra eversiva, anziché essere analizzate, prendono una piega grottesca: gli amici del giovane Millozza sono tragiche macchiette, l'occupazione universitaria è ridotta a un professore austero deriso nei corridoi.
Il messaggio è semplicistico e negativo: chi è al potere sta fallendo, gli anziani non capiscono i figli, ma anche la gioventù non sa fare meglio. Una lettura superficiale e rassegnata che non aiuta a comprendere nulla degli anni di piombo.
Gassman in un copione non all'altezza
Vittorio Gassman, attore straordinario capace di recitare con le parole e con lo sguardo, non riesce a salvare un film costruito senza convinzione. Pur dimostrando di sapersi destreggiare bene anche in chiave drammatica, il copione non gli offre nessuna possibilità di brillare davvero.
Albino Millozza (Gassman) in albergo in Canada
Il personaggio di Millozza si aggiunge al campionario di maschere tragiche dell'attore, ma senza la giusta caratterizzazione rimane una figura opaca. Bravo il giovane Stefano Madia nel ruolo del figlio, poco convincenti le protagoniste femminili. Le musiche di Manuel De Sica addormentano ulteriormente un film che non riesce mai a decollare.
La nostalgia di una commedia perduta
"Caro papà" lascia la spiacevole sensazione di come anche un fenomeno tragico come il terrorismo sia stato usato come richiamo per costruire operazioni prettamente commerciali. La commedia all'italiana, che negli anni Sessanta aveva saputo raccontare magnificamente la storia d'Italia con capolavori come "I soliti ignoti", "La grande guerra", "Il sorpasso", "Una vita difficile", alla fine degli anni Settanta era ormai giunta al suo esaurimento. Accanto ai capolavori, il genere aveva sempre annoverato pure operazioni commerciali che sfruttavano la popolarità dei grandi interpreti affidandosi ai loro stereotipi. "Caro papà" appartiene purtroppo a questa seconda categoria.
Un passo falso per Dino Risi
Dispiace dare un giudizio così negativo sul film di un regista che è stato uno dei padri fondatori della commedia all'italiana e ha realizzato tanti buoni film e un paio di capolavori assoluti. Ma "Caro papà" rappresenta tutto ciò che non avrebbe dovuto essere: un film che tocca un nodo nevralgico della vita italiana senza avere il coraggio o la capacità di andare al fondo delle situazioni, che agita problemi non congeniali al suo autore, che parte come commedia nera e arriva a fare il verso a opere melodrammatiche. Un'operazione condotta stancamente seguendo linee già tracciate meglio da altri, testimonianza di un cinema che aveva perso la capacità di intercettare le tematiche e le pulsioni del tempo presente.