Ero in guerra ma non lo sapevo

La storia di Pierluigi Torregiani, il gioielliere milanese trasformato dai media in "giustiziere" e poi ucciso dai PAC nel 1979. Un film che evita l'agiografia ma fatica a trovare una direzione coerente tra poliziottesco e cinema civile.
locandina di ero-in-guerra-ma-non-lo-sapevo

Il gioielliere e i giornali

Il 22 gennaio 1979 Pierluigi Torregiani si trovò nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Seduto a cena con la figlia Marisa in un ristorante milanese, si ritrovò nel mezzo di una rapina. Quando uno dei malviventi puntò l'arma verso sua figlia, Torregiani reagì. Ne nacque una sparatoria: morirono un rapinatore e un cliente del locale. Torregiani non aveva sparato, come avrebbero in seguito accertato le indagini, ma questo fu dettaglio secondario per la macchina mediatica che si mise in moto nelle ore successive.

I giornali avevano trovato il loro personaggio: un gioielliere borghese, pistola in tasca, pronto a fare giustizia da sé. L'immagine del "giustiziere" si impresse nell'opinione pubblica con la forza delle semplificazioni utili, e Torregiani, che di quel personaggio non era nulla, si ritrovò a incarnarlo contro la sua volontà. Il 1979 era uno degli anni più bui degli anni di piombo: accanto alle Brigate Rosse operavano decine di piccole organizzazioni, spesso improvvisate, che sceglievano i propri obiettivi con criteri altrettanto improvvisati. I Proletari Armati per il Comunismo, il gruppo reso tristemente noto da uno dei suoi capi, Cesare Battisti, non uccisero Torregiani la persona. Uccisero il giustiziere che i giornali avevano costruito. Il 16 febbraio 1979, Pierluigi Torregiani fu assassinato.

Un ritratto senza aureola

"Ero in guerra ma non lo sapevo" di Fabio Resinaro, uscito nel 2022, nasce dal libro omonimo scritto dal figlio Alberto Torregiani, rimasto paralizzato nel corso dell'agguato in cui perse la vita il padre, insieme a Stefano Rabozzi. Il film sceglie di concentrarsi sugli ultimi giorni di vita del gioielliere: le minacce, la scorta inizialmente rifiutata poi accettata, la vita familiare progressivamente avvelenata dalla paura, il tentativo disperato di tenere tutto sotto controllo.

A metà strada tra due generi

Il film si muove incerto tra il poliziottesco e il cinema civile, senza padroneggiare appieno nessuno dei due. Del poliziottesco recupera alcune atmosfere visive degli anni Settanta, una fotografia che punta sui toni cupi, certi movimenti di macchina decisi.

Una scena di ero-in-guerra-ma-non-lo-sapevo

Fabio Montanari in una scena del film

Del cinema civile cerca la tensione politica, il racconto di una vittima trasformata in bersaglio da dinamiche che la sovrastano. Ma entrambe le componenti rimangono abbozzate: l'azione è debolmente presente, la tensione politica appena evocata.

Il risultato è un film che scorre senza grandi momenti, seguendo l'avvicinarsi dell'agguato finale con un ritmo più televisivo che cinematografico. La produzione di Rai Cinema si sente: "Ero in guerra ma non lo sapevo" è un prodotto dignitoso, fruibile, ma raramente capace di quel salto qualitativo che avrebbe potuto renderlo qualcosa di più.

L'occasione mancata

Guardando il film ci si rende conto di quante storie diverse avrebbe potuto raccontare, e non racconta. C'è la vicenda dei PAC stessi: un gruppo che, nel tentativo di imitare le organizzazioni terroristiche più strutturate, finì per compiere omicidi con una logica ancor più approssimativa, scegliendo i propri obiettivi sulla base di costruzioni mediatiche invece che di analisi politica. È una storia che dice qualcosa di importante su come il terrorismo minore degli anni Settanta si alimentasse di immaginari più che di ideologie, e meriterebbe di essere raccontata.

Una scena di ero-in-guerra-ma-non-lo-sapevo

la famiglia Torregiani davanti a un edicola. Torna il tema della costruzione mediatica del giustiziere

C'è poi la storia della stampa: il meccanismo con cui un uomo che non aveva sparato, e che forse non aveva nemmeno intenzione di sparare, venne trasformato in simbolo di una reazione borghese alla criminalità. Come nascono certi personaggi pubblici, come si nutrono di semplificazioni, come finiscono per condizionare la realtà di chi loro malgrado li incarna. Anche questa è una storia che il film sfiora senza mai affrontare.

Resinaro ha scelto invece il ritratto umano, la storia familiare, il countdown verso la morte annunciata. Non è una scelta sbagliata in assoluto, ma nella sua esecuzione lascia fuori campo proprio quello che avrebbe reso questa vicenda davvero illuminante per capire gli anni di piombo nella loro complessità. Un'altra occasione mancata, in un cinema italiano che continua a faticare nel trovare la chiave giusta per raccontare quella stagione.

Lascia un commento