Un'azione di geometrica potenza
L'agguato del 16 marzo 1978 sconvolse l'Italia. Al di la del fatto che uno dei leader della scena politica italiana era per la prima volta nelle mani dei terroristi, ciò che sbalordì l'opinione pubblica fu l'agguato in se. Nessuno si aspettava dalle Brigate Rosse, che fino a quel momento si erano limitate a colpire vigliaccamente bersagli inermi, un'azione così potente. L'annientamento della scorta, formata da ben 5 uomini, preservando la vita di Aldo Moro e il dileguarsi in pochi minuti dopo l'azione, insieme allo sgomento per la brutalità, suscitò anche una qualche forma di ammirazione.
Da subito si parlò di un'azione perfetta. La sera del 16 marzo il Procuratore De Matteo affermò che l'azione "era stata compiuta da specialisti con un alto grado di preparazione". Nei giorni successivi i giornali si sbizzarrirono con ricostruzioni fantasiose che prevedevano l'impiego di oltre 40 terroristi. La frase di Franco Piperno, ex leader di Potere operaio, che definì l'agguato di via Fani "un'azione di geometrica potenza", suggellò la straordinarietà dell'impresa.
Negli anni successivi al rapimento la pubblicistica si dedicò soprattutto a ricostruire le varie fasi del sequestro e fornire contribuiti sulla figura di Aldo Moro.
L'istituzione della prima Commissione d'inchiesta parlamentare, operante per tutta l'ottava legislatura, ovvero dal luglio 1979 al giugno 1983, e il contemporaneo svolgimento, dopo una lunghissima istruttoria, del primo processo ai brigatisti, svoltosi tra l'aprile 1982 e gennaio 1983, fornirono un quadro più preciso di come si fosse svolta l'azione di via Fani.
Nasce la dietrologia
Proprio dall'esame della documentazione, prodotta dal Processo e dalla Commissione, nacquero i primi dubbi e la vicenda Moro divenne uno degli argomenti preferiti delle cosiddetta "dietrologia"
Per "dietrologia" si intende genericamente quel vasto gruppo di articoli e pubblicazioni che, partendo da un'analisi dei fatti accertati, espone una serie di dubbi ed incongruenze, ipotizzando uno scenario diverso, rispetto a quello appurato nelle sedi istituzionali, che vedrebbe, di volta in volta, coinvolti: istituzioni dello Stato, servizi segreti italiani e stranieri e criminalità comune.
La nascita della dietrologia sul caso Moro si può far risalire al 1984, anno in cui gli avvocati di parte civile Amando Costa, Luciano Revel, Fausto Tarsitano, Giuseppe Zupo e Antonio Capitella convocarono una conferenza stampa in cui annunciavano la presentazione di un esposto alla Procura di Roma, titolare dell'azione penale, per sollecitare di approfondire varie questioni che erano emerse dai verbali d'udienza e dal dibattimento del processo Moro.
Nello stesso anno usci anche il libro scritto da Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia "Operazione Moro" dal sottotitolo decisamente eloquente "I fili ancora coperti di una trama politica criminale" Un testo poderoso di oltre trecento pagine in cui si ricostruiva in modo dettagliato l'intera vicenda Moro. Nel libro, oggi immeritatamente dimenticato, si esprimevano per la prima volta la maggior parte dei dubbi e delle ipotesi che avrebbero circondato il rapimento del Presidente della DC.
Nel 1985 le dichiarazioni di Valerio Morucci e Adriana Faranda, rese durante il processo di appello, invece di contribuire a chiarire lo svolgimento dei fatti, aumentarono il numero delle contestazioni.
La dietrologia: un filone letterario
Nel 1988 fu pubblicato "La tela del Ragno" di Sergio Flamigni. Flamigni deputato del partito comunista è stato membro della 1° Commissione Moro e della Commissione sulla P2, ha scritto oltre 10 libri e creato un centro di documentazione sulla vicenda del leader democristiano, diventando "il padre" della dietrologia sul caso Moro.
La tela del ragno divenne presto il vademecum in cui erano riportate tutte le principali contestazioni alle risultanze processuali.
Al libro di Flamigni seguirono decine di altre inchieste che proposero analisi della vicenda Moro, contestando quanto emerso nei 5 processi e scritto nelle sentenze.
Con il passare degli anni si è creato un vero e proprio genere letterario sull'argomento con decine e decine di articoli e pubblicazioni, che spesso in contrasto tra loro, continuano a proporre analisi e scenari sul caso Moro diversi, spesso inquietanti, in alcuni casi fantasiosi.[1]
Questo nuovo filone, che riscuote notevole successo, ha relegato in secondo piano una serie ricerca che contestualizzasse storicamente ciò che avvenne prima, durante e successivamente a quei terribili 55 giorni.
Via Fani: la strada dei fantasmi
Naturalmente, per la sua importanza, l'agguato di via Fani non poteva che essere, il principale argomento di contestazione della dietrologia. Inoltre quarant'anni, dell'agguato di via Fani si è contestato praticamente tutto.
Specialmente dopo le dichiarazioni dei brigatisti, che tendevano a minimizzare l'aspetto militare dell'azione, le obiezioni si moltiplicarono. Secondo molti era impossibile che un semplice gruppo di brigatisti, senza una preparazione specifica, potesse eseguire un'azione come abbiamo visto, percepita dall'opinione pubblica, di straordinaria efficienza. A partire dal numero dei partecipanti all'azione e al numero di armi che spararono, alla composizione del comando in cui si inseriscono, di volta in volta, elementi di servizi segreti italiani, esteri o elementi della criminalità comune, con la creazione del fantastico superkiller.
Altri argomenti che hanno riempito centinaia di pagine, riguardano la "funzione attiva" della moto Honda transitata in via Fani e la presenza di un brigatista sulla parte destra della strada. Si è poi molto ipotizzato su "oscuri" personaggi presenti sul posto subito la strage, delle borse di Moro, di foto consegnate alle polizia e misteriosamente, scomparse, sulla funzione del bar Olivetti, sui proprietari delle auto parcheggiate in via Fani. Un'analisi particolare è stata infine dedicata alla fuga dei brigatisti da via Fani, al cambio di auto in via Licinio Calvo, al percorso dei brigatisti per arrivare il via Montalcini.
Obiezioni sensate e ricostruzioni al limite del ridicolo che hanno trasformato Via Fani nella strada dei fantasmi.
Perché abbiamo scelto il termine fantasmi e non il più utilizzato misteri?
Noi crediamo sia giunto il momento di derubricare i "misteri" a "fantasmi". Il termine mistero, nato non a caso, in ambito dietrologico, così recita: "cosa, fatto, avvenimento che sia oscuro, inspiegabile, nascosto". Ebbene, delle decine di fatti, che ci vengono riproposti con puntualità quasi annuale in nuove pubblicazioni, di inspiegabile e nascosto c'è ormai ben poco.
Quelli di cui si continua a parlare sono invece fantasmi. Che cosa è un fantasma se non, "un'immagine non corrispondente a realtà, cosa inesistente, illusoria, puro prodotto di fantasia" e ancora "entità delle leggende e del folclore".
La dietrologia, continua a raccontare, ammantandole di mistero, circostanze spesso totalmente inesistenti o che hanno una loro spiegazione chiara e riscontrata da fatti oggettivi.
A questi interrogativi AnniAffollati, negli articoli che seguono cercherà di rispondere, confrontando con il massimo rigore le diverse nuove ipotesi con quanto emerso nei processi e nelle Commissioni parlamentari.