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Il caso Moro - i misteri di via Fani


 

Il bar Olivetti

La mattina del 16 Marzo il bar all'angolo tra via Fani e via Stresa era aperto o chiuso? Malgrado le numerose testimonianze sulla chiusura del locale, la nuova commissione di inchiesta sul caso Moro segue nuove suggestioni. Si parla di un bar aperto o addirittura usato come base per l'azione brigatista.

La figura di Tullio Olivetti, titolare dell'esercizio, coinvolto in un inchiesta su un presunto traffico d'armi, scatena le fantasie di coloro che non si accontentano della verità ufficiale fino ad oggi emersa.

foto via fani da destra

Il bar all'angolo di via Fani

Uno dei filoni di indagine che ha impegnato maggiormente la nuova commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro è stato il bar Olivetti.

La commissione parlamentare indirizza le sue ricerche su due aspetti: la chiusura del bar il giorno della strage e la figura di Tullio Olivetti titolare dell’esercizio

Il bar è posto sul lato sinistro di via Fani all’angolo con via Stresa. Il gruppo di fuoco delle br che, la mattina del 16 marzo, annienta la scorta di Aldo Moro è posizionato proprio davanti le sue serrande abbassate.

Per 37 anni, sulla chiusura del bar, non ci sono stati dubbi, la chiusura dell’esercizio e data come scontata fin dai primi momenti, e basta sfogliare i giornali dell’epoca per trovarla in evidenza:

E’ un attimo e si scatena la guerra sei, sette uomini armati sbucano sparando dal muretto del bar Olivetti oggi chiuso per turno. Fabrizio Carbone, “La Stampa”,17/3/1978

La chiusura del bar è certificata, oltre che da foto, anche dalle riprese di un servizio andato in onda nel del TGI delle 20 del 17/3 che mostra le serrande abbassate, l’autore del servizio, Bruno Modugno, inoltre specifica che il bar era chiuso da tempo

Video tratto dal TG1 del 17/3/1978 in cui si vede chiaramente che il Bar Olivetti la mattina del 16 marzo era chiuso

Negli stessi verbali della Questura appare più volte il particolare della chiusura del bar.

Ma quello che nell’immediatezza dei fatti è una certezza, con il passare degli anni, complice l’affievolimento della memoria, può cambiare

 

Il bar era aperto

Il fatto che il bar Olivetti risulti chiuso è uno degli elementi chiave che indirizza i br nella scelta di via Fani. La chiusura dell’esercizio è per i terroristi un colpo di fortuna

Non c’è dubbio, infatti, che un locale in attività, con il suo continuo flusso di gente, avrebbe reso impossibile l’attacco delle br secondo le modalità accertate. Quindi, appurare che il bar era in funzione il giorno della strage, non solo smentirebbe le affermazioni dei terroristi, ma aprirebbe nuovi e suggestivi scenari sull’intera vicenda Moro.

La commissione Moro, sempre sensibile alla ricerca di “verità alternative” seguendo alcuni rumors si è molto impegnata nella ricerca di nuove testimonianze che confermassero la tesi dell’apertura.

Malgrado l’impegno profuso dalla commissione, le nuove testimonianze che indicano l’apertura del bar sono poche e contradittorie.

La più circostanziata è quella del giornalista televisivo Diego Cimara sentito dalla commissione Moro il 22 luglio 2015 come scritto nella prima relazione della commissione afferma:

Avendo necessità di effettuare una telefonata in redazione, si era accorto che il bar Olivetti era aperto. Nel farvi ingresso ha incrociato il proprio collaboratore Alessandro Bianchi che, dopo avere consumato un caffè, stava uscendo. Cimara ha descritto con estrema precisione alcune delle persone che quella mattina aveva notato all’interno del bar: segnatamente due addetti al servizio, uno alla cassa ed uno al bancone, i suoi colleghi Monteforte de Il Messaggero e De Persis dell’agenzia

ANSA e tre persone dai tratti somatici del Nord Europa, che – tenuto conto delle uniformi dell’aeronautica da essi indossate e di alcune parole pronunciate da uno di loro – potevano provenire da un’area geografica di lingua tedesca. Il giornalista ha, altresì, aggiunto che all’interno del bar si trovavano molti esponenti delle forze dell’ordine o comunque degli apparati di sicurezza che, ad un certo punto, avevano abbassato la saracinesca esterna del locale invitandolo risolutamente ad uscire. CPM2, 1° Relazione sull’attività svolta, 10/12/2015, pag. 117

Nella stessa audizione Cimara parla anche di un rullino fotografico:

[Cimara] fu avvicinato da un giovane, forse di nazionalità slava, che gli consegnò un rullino da conservare e da restituirgli il giorno successivo. Preso il rullino, lo portò nel pomeriggio a Duccio Guidotti, responsabile del TG1 per la realizzazione tecnica dei video, con l’intesa di realizzarne una copia in formato elettronico e di ritirarlo il giorno successivo. Il mattino seguente, tuttavia, egli apprese che vi era stato un furto nel laboratorio di Guidotti, che la copia elettronica era stata sottratta e che non si poteva più essere certi che il rullino rimasto fosse effettivamente quello consegnato il giorno prima. In ogni caso, Cimara riprese il rullino e, trovando il bar Olivetti chiuso, lo consegnò ad una signora per la restituzione al giovane incontrato il giorno prima. Solo anni dopo Guidotti – che è deceduto – gli disse che in quelle foto si ritraevano scene dell’agguato di via Fani in cui erano visibili i terroristi che vi avevano preso parte. Cimara ha, inoltre, riferito di aver casualmente incontrato tre anni fa il giovane che gli consegnò il rullino, il quale si sarebbe lamentato per il fatto che quest’ultimo non gli era mai stato restituito. Ibid. pag. 114

Questo secondo racconto in particolare lascia non poco perplessi, e pone dei seri interrogativi sull’affidabilità del Cimara. Perché uno sconosciuto avrebbe dovuto consegnare il rullino a Cimara? Che senso aveva chiedere la restituzione il giorno successivo? Perché la restituzione doveva avvenire proprio in via Fani? Perché Cimara avrebbe affidato il rullino ad una donna non meglio identificata e questa come poteva riconsegnarlo ad uno sconosciuto.

A confermare i dubbi sull’attendibilità c’è una lettera, inviata dallo stesso Cimara alla commissione, successivamente all’audizione, in cui afferma “che il tempo trascorso e ragioni di salute non lo rendono sicuro delle circostanze riferite”.

Anche Francesco Pannofino, mai ascoltato prima, racconta in commissione, il 22 luglio 2015, la sua versione dei fatti

[Pannofino] nel 1978 abitava con la famiglia in via Fani, 161, e il 16 marzo, mentre si recava come di consueto all’Università, aveva notato il bar con la saracinesca abbassata. Dato che, secondo i suoi ricordi, in quel periodo il bar Olivetti era in piena attività, Pannofino – che del bar era abituale cliente – ha attribuito la chiusura a riposo settimanale. Ibid, pag 116

Infine viene recuperata dagli atti la testimonianza di Paolo Vitale rilasciata ai tempi della strage

[Vitale] dopo l’eccidio aveva riferito che qualche tempo addietro, comunque prima del 16 marzo 1978, passeggiando con il suo cane in via Mario Fani, davanti al bar Olivetti, aveva notato all’interno una debole luce che si era spenta al suo avvicinarsi. Dopo tale dichiarazione fu fatta un’ispezione del bar – le chiavi erano custodite dal portiere dello stabile – senza, tuttavia, rilevare anomalie. Ibid.

Alla commissione poco importa che le tre testimonianze siano una diversa dall’altra. Per Vitale il bar è chiuso da tempo, per Pannofino il bar è in piena attività ma chiuso il giorno della strage, per Cimara, che, tra l’altro, non conferma la propria testimonianza, il bar è aperto il 16 marzo. Sottigliezze!!! Tanto che nella prima relazione sullo stato dei lavori può affermare.

L’apertura al pubblico del bar dopo la strage pone seri interrogativi sulla dinamica dell’agguato, per come è stata sempre ricostruita sulla scorta delle dichiarazioni degli stessi brigatisti, i quali hanno asserito di aver atteso l’arrivo delle auto al servizio di Aldo Moro nascosti dietro le fioriere prospicienti il bar. Ibid., pag. 117

Stupefacente! Prendendo tre dichiarazioni, palesemente in contrasto tra loro, ed infischiandosene delle innumerevoli testimonianze e riscontri contrari, la commissione afferma l’apertura del bar e ribadisce che a mentire sono sempre e solo i brigatisti.


Contrordine: il bar era chiuso

Forse ha suggerire l’idea alla commissione è il PM Giancarlo Armati, che nell’audizione del 28 settembre 2016 afferma:

GIANCARLO ARMATI. Perché è chiave? Perché, se il bar fosse stato aperto, allora io ci vedrei un possibile coinvolgimento di Olivetti, che non è del tutto da escludere, perché, secondo me, il bar era aperto. Non mi venite a raccontare che 12 persone, con tutte le armi che si portavano appresso, si vanno a nascondere – e nessuno se ne accorge – dietro le fioriere. Io la ritengo una cosa veramente campata in aria.

PAOLO BOLOGNESI. Secondo lei, allora, erano dentro?

GIANCARLO ARMATI. È possibile che fossero dentro il bar. È possibile che il bar fosse aperto. Giancarlo Armati, CPM2, Seduta del 28/09/2016, pag 7

E’ doveroso notare che quanto afferma il giudice Armati è un convincimento del tutto personale, in quanto Armati non si è mai occupato professionalmente delle inchieste sul caso Moro.

Considerare il bar Olivetti una base dove si nascondono i brigatisti prima dell’agguato è una suggestione troppo grande per essere lasciata cadere. E chiaro che in questa ipotesi il bar deve risultare chiuso al normale esercizio e utilizzato solo come nascondiglio dai brigatisti.

E quindi, se nella prima relazione, scritta prima dell'audizione di Armati, si afferma che dalle testimonianze si evince che il bar è aperto, dodici mesi dopo, nella seconda relazione sullo stato dei lavori la musica cambia completamente.

Le numerose escussioni svolte, talvolta dagli esiti contraddittori, le indagini e l’esame di filmati e foto dell’epoca, non hanno consentito di individuare elementi documentali certi in ordine all’effettiva apertura o chiusura del bar quella mattina. CPM2, 2° Relazione sull’attività svolta, 21/12/2016, pag 137

Improvvisamente la commissione rileva le contraddizioni delle escussioni e non è più sicura dell’apertura del bar. Eppure tutte le testimonianze sono precedenti alla prima relazione e non risultano altri accertamenti in merito tra la prima e la seconda relazione.

Il “ravvedimento” della commissione è propedeutico però ad una nuova affermazione.

Tuttavia, alla luce delle nuove acquisizioni, proprio le incertezze che si evidenziano nelle testimonianze potrebbero, come si vedrà, essere lette in una luce diversa, ovvero in relazione a una accessibilità del locale a diversi soggetti, indipendentemente dal fatto che l’esercizio avesse interrotto la sua attività. Ibid.

Quindi le stesse testimonianze che avevano fatto affermare che il bar era aperto, un anno dopo, potrebbero essere la prova, senza nessun altro riscontro, che il bar non solo era chiuso al pubblico ma addirittura fu un nascondiglio dei brigatisti.

Come abbiamo visto non c’è, non diciamo una prova, ma nemmeno un indizio, su un’eventuale presenza dei terroristi all’interno del bar Olivetti e allora cosa è che spinge la commissione ad una ipotesi così temeraria?


Le dichiarazioni di Luigi Guardigli

Sempre nella seconda relazione della commissione sul caso Moro riguardo a Tullio Olivetti titolare del bar all’angolo di via Fani si legge.

Si è infatti accertato che Olivetti, indicato in documentazione di polizia e dei Servizi come partecipe di una rete di interessi criminali legati al traffico internazionale di armi, fu precocemente «rimosso» dall’indagine sul traffico di armi Ibid.

Ancora una volta ci pare corretto separare i fatti dalle opinioni.

Bisogna infatti dire che, quando la commissione afferma “Olivetti fu precocemente «rimosso» dall’indagine sul traffico di armi” esprime solo la propria opinione.

Dalle opinioni passiamo ai fatti e ricostruiamo l’inchiesta che vede coinvolto Tullio Olivetti.

La vicenda è del gennaio 1977 quando vengono avviate dai carabinieri indagini sul conto di Luigi Guardigli relativamente a presunti contatti con il clan calabrese dei De Stefano.Nello stesso periodo Guardigli rivela al maresciallo Gueli, dei servizi di sicurezza, una serie di informazioni su Tullio Olivetti.

Secondo Guardigli, Olivetti, in contatto con un gruppo libanese, gli avrebbe richiesto armi e gli avrebbe introdotto un suo amico, offertosi di pagare la fornitura con dollari falsi o cocaina. Olivetti era anche un trafficante di valuta falsa e aveva riciclato 8 milioni di marchi tedeschi, provento di un sequestro avvenuto in Germania. Era in contatto con ambienti della criminalità organizzata tanto che in una circostanza, nella villa di una persona presentatagli proprio da Tullio Olivetti, Guardigli aveva trovato ad attenderlo il mafioso Frank Coppola, che gli aveva chiesto di dare seguito ad una richiesta di armi fattagli da tale Vinicio Avegnano, anch’egli indicato come amico di Olivetti.

Nel maggio del 1977, Guardigli, su ordinanza del pubblico ministero Armati viene arrestato insieme, ad altre 14 persone, per associazione a delinquere e detenzione illegale di armi.

La notizia dell'arresto della "banda dei trafficanti d'armi" grazie alle rivelazioni di Luigi Guardigli. La Stampa 15/5/1977

Olivetti rimane ai margini dell’inchiesta, i riscontri a suo carico sono ben pochi, la conoscenza con Guardigli, appurata da alcune intercettazioni telefoniche in cui si rilevano normali rapporti d’affari, la conferma da parte di un altro imputato Aldo Pascucci della conoscenza tra Olivetti e Guardigli. Olivetti viene anche convocato in questura per un interrogatorio ma risulta irreperibile. Non verrà più disposto nessun interrogatorio.

Nel mese di Giugno, a seguito degli arresti disposti del pubblico ministero Armati, l’inchiesta viene formalizzata ed il procedimento viene affidato al giudice istruttore Ettore Torri.

Si procede quindi agli interrogatori degli imputati. Davanti ai giudici, Guardigli ritratta tutto:

tutto quanto ho raccontato al maresciallo Gueli è praticamente inventato e cioè tutto quello che riguarda la mafia e il traffico di armi » Confronto di Guardigli con Spadaro e Patané, 22/6/1997, Ibid., pag. 141

Io da tempo nutrivo il profondo desiderio di entrare a far parte dei servizi di controspionaggio in quanto sono molto appassionato tale genere di attività [...] il maresciallo Giuseppe Gueli [...] mi disse che faceva parte del Servizio di Sicurezza della Polizia[...] mi propose di lavorare esclusivamente per lui [...] sarei stato ricompensato con un mensile fisso più il rimborso spese [...] avendo capito che gli premeva sapere cose inerenti covi e attività di extraparlamentari, mafia e deposito armi, cominciai a raccontargli fatti da me del tutto inventati o ingranditi. Pensavo che quella fosse l’unica occasione che mi si presentava per entrare nei servizi di spionaggio e perciò non volevo perderla. Interrogatorio Guardigli 13 luglio 1997, Ibid.

Torri, visto il risultato degli interrogatori, si forma un’idea diversa di Armati. Secondo lui, Guardigli, è un mitomane che si è inventato tutto. Il giudice istruttore richiede, quindi, una perizia psichiatrica ai periti Semerari e Ferracuti i quali descrivono il Guardigli:

una personalità mitomane, con una condizione psicopatica di vecchia data, e, allo stato, permanente. I suoi atti e le sue dichiarazioni sono espressioni sintomatologiche di tale anomalia Ibid.

La vicenda si ridimensiona anche perché la perizia tecnica effettuata sulle pistole trovate in casa di Guardigli afferma:

pistole giocattolo [che secondo la] valutazione effettuata dal punto di vista tecnico (...) la trasformazione delle pistole giocattolo in armi vere e proprie – nel che si condensava l’accusa – è risultata si possibile, ma non sulla base dei metodi impiegati dall’imputato, né tantomeno con l’utilizzo del munizionamento eletto; le trasformazioni attuate al Guardigli sono definite grossolane e tali da non aver in nulla trasformato l’arma giocattolo. Ibid.

Nel 1985 il procedimento si chiuderà con l’assoluzione per tutti gli imputati.

Torniamo per un attimo al ruolo di Olivetti nella vicenda. La commissione Moro nella sua relazione afferma perentoria.

colpisce la «scomparsa» nella vicenda processuale di Tullio Olivetti, che era stato coinvolto in maniera così pesante da Guardigli CPM2, 1° Relazione , cit. , pag. 121

Considerando, quindi come prova del coinvolgimento di Olivetti unicamente le affermazioni di Guardigli ritenute credibili.

Risulta pertanto importante approfondire la personalità del Guardigli.

Come abbiamo visto, la perizia di Ferracuti e Semerari definisce senza ombra di dubbio Guardigli un mitomane.

Sulla veridicità della perizia sono stati espressi non pochi dubbi, ed effettivamente la storia personale dei due periti, il primo iscritto alla P2, ed il secondo decapitato dalla camorra, può far nascere più di una perplessità. (1)

Il giudizio su Guardigli, però è unanime: chiunque entri in contatto, con lui non può fare a meno di rilevare la sua “particolare” personalità.

Lo stesso PM Armati, che si batte contro la richiesta del collega Torri di una perizia psichiatrica, così parla del Guardigli:

Guardigli, sì, era un po’ strano, diceva qualche cosa in più di quanto realmente sapesse, però tra le cose strane qualche cosa... [vera c’era] Giancarlo Armati, CPM2, seduta del 28/09/2016, Pag. 8

e poco dopo aggiunge:

(…). È vero che era uno che diceva di tutto e di più, quindi.... Ibid, pag 9

La stessa commissione di inchiesta che procede all’escussione del Guardigli in data 7 giugno 2016 non può fare a meno di rilevare che:

Da ultimo, Guardigli, dopo aver riferito episodi rocamboleschi, che hanno evidenziato una personalità certamente esuberante, ha raccontato di sue attività in favore dei palestinesi che, a suo dire, sarebbero state dettate da ragioni ideologiche. CPM2, 2° relazione.., cit. pag. 143

Quale credibilità può avere un teste che dichiara più volte davanti ai giudici di essersi inventato tutto, giudicato da una perizia psichiatrica “mitomane”, che lo stesso PM contrario alla perizia definisce “era uno che diceva di tutto e di più” e che perfino la commissione parlamentare che propende per credergli non può far a meno di definire “personalità esuberante” “che riferito episodi rocamboleschi”

 

Tullio Olivetti uomo dei servizi?

Parlando più in generale dei riscontri a carico di Olivetti sono eloquenti le dichiarazioni dello stesso pubblico ministero del indagine Giancarlo Armati:

Non mi ricordo, però, questo Olivetti. Mi ricordo Guardigli. (…) Si vede che la rappresentazione da parte di Cornacchia di Olivetti era tale che non mi consentiva di inquisirlo in modo energico Giancarlo Armati, CPM2 1° relazione, cit., Pag. 5-6

E’ abbastanza singolare che quegli stessi atti, quasi irrilevanti per il PM che li ha prodotti, tanto da non ricordarsi quasi il nome di Olivetti, diventino per la commissione parlamentare prove così schiaccianti da considerare, un mancato maggior coinvolgimento nell’inchiesta di Olivetti segno di una copertura da parte degli apparati dello stato.

La diversità può essere spiegata solo tenendo conto delle diverse prospettive con cui viene esaminata la figura di Olivetti.

Ciò lo spiega perfettamente, Armati, nella sua audizione

Capisco che questo Olivetti sia una figura molto importante. Lì per lì, io non mi resi conto dell’importanza, anche perché eravamo nel...1977.Ibid. pag 6

e poco dopo, chiarendo ancor meglio il concetto

Non mi ricordo di averlo visto e che ci fosse una particolare attenzione su di lui. Poi, col senno del poi, dopo il sequestro Moro, diavolo! L’avessi saputo prima, non mi sarebbe sfuggito. Ibid. pag 7

Siamo alle solite, nel 1977, Olivetti è un normale cittadino e non si capisce perché, sulla sua persona, in mancanza di riscontri si sarebbero dovute svolgere indagini particolari. E’ con senno di poi, che, per il fatto che Tullio Olivetti è il titolare del bar di via Fani, partendo da un’inchiesta in cui tutti gli imputati sono stati assolti, basandosi solo sulle dichiarazioni di un soggetto a dir poco non affidabile, e senza altri riscontri oggettivi, si costruisce la figura di Olivetti quale complice delle br.

La commissione parlamentare nella prima relazione annuale afferma

La sua posizione [Olivetti] sembrerebbe essere stata «preservata» dagli inquirenti, tanto da fare ritenere necessario esplorare l’ipotesi che egli possa avere agito per conto di apparati istituzionali ovvero avere prestato collaborazione. CPM2, 1° Relazione, cit. , pag. 121

Presa dal suo furore accusatorio la commissione si lascia andare ad un’altra considerazione, francamente un po’surreale

Sempre con riguardo a Tullio Olivetti, suscita interrogativi un’ulteriore vicenda. Agli atti della Polizia di prevenzione risulta che Olivetti aveva alloggiato in strutture ricettive bolognesi nei giorni precedenti la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

Non risulta mai emerso alcun elemento a carico di Olivetti in relazione alla strage, ma è necessario approfondire se siano state comunicate alla Questura titolare delle indagini le complete informazioni sul suo conto e, in caso negativo, accertarne i motivi relazione Ibid.

Evidentemente per la commissione si sarebbe dovuto indagare su ogni cittadino incensurato (tale è Olivetti) presente a Bologna nei giorni precedenti la strage!!!

Del resto la commissione arriva a smentirsi da sola e se nella prima relazione del dicembre 2015 adombra la possibilità che Olivetti sia stato preservato dalle indagini perché appartenente ai servizi, nella seconda, di un anno successiva, segnala senza batter ciglio, la presenza di un’informativa del maggio 1978 .degli stessi servizi su Tullio Olivetti (2)

Tra la documentazione acquisita è stata infatti individuato una nota del SISMI, trasmessa al Comando generale dell’Arma dei carabinieri pochi giorni dopo il tragico epilogo della vicenda Moro, il 30 maggio 1978.

È pertanto necessario verificare se l’informazione trasmessa dal SISMI, di sicuro rilevante (…), sia stata meglio approfondita e abbia formato oggetto non solo di comunicazione, ma anche di specifiche indagini disposte dall’Autorità giudiziaria seconda relazione. CPM2, 2° relazione, cit. pag. 148

Quindi,  nella prima relazione erano i servizi ad aver preservato dalle indagini dell’autorità giudiziaria le figura di Olivetti, dodici mesi dopo, con una giravolta di 180 gradi, si afferma che è l’autorità giudiziaria, in presenza di un’informativa del SISMI, che non ha svolto le corrette indagini.

 


 
  


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