Logo anni affollati

ll caso Moro - Cronaca di un rapimento


 

17 MARZO 1978

 

Una città sotto assedio

 

Nelle prime ore della notte Gianfranco Moreno viene fermato e traferito in Questura. Chi è Moreno e perchè a poche ore dall'agguato è indagato per la strage di Via Fani?

Alle 4:10 viene trovata in Via Licinio Calvo un'altra auto usata dalle Br durante l'azione in Via Fani. Come è possibile che nessuno si sia accorto della sua presenza?

La mattina del 17 Marzo Roma sembra una città in stato di assedio. Polizia e militari schierati ovunque, posti di blocco lungo le vie di accesso, operazioni militari spettacolari che ben presto si rileveranno inutili

Alle 11:30 si svolge la Direzione della Democrazia Cristiana. I sentimenti che prevalgono tra i notabili DC sono paura e smarrimento.

Caso Moro posto di blocco

Il fermo di Gianfranco Moreno.

Nelle prime ore della notte del 17 marzo una volante della polizia preleva Gianfranco Moreno dalla sua abitazione e lo conduce nei locali della Questura centrale dove, dopo essere stato interrogato per molte ore, il magistrato convalida il fermo con la pesante accusa di strage:

Chi è Moreno e perché le forze dell’ordine, dimostrando un’apparente efficienza, procedono al suo fermo soltanto poche ore dopo l’agguato di Via Fani?

La storia di Moreno inizia il 4 febbraio 1978 quando un inquilino di Via Savoia 86, insospettito dai continui furti compiuti nel palazzo, nota, ferma in prossimità dell’ingresso dello stabile, una BMW con a bordo due individui, uno dei quali, dopo qualche minuto, scende dall’auto e si dirige verso il giardino del palazzo. Qui, senza una ragione apparente, si ferma e osserva con insistenza le finestre che danno sul giardino. Passati alcuni minuti lo strano personaggio torna in macchina e poco dopo l’auto tranquillamente si allontana. L’atteggiamento di quell’individuo che si ferma ad osservare l’ingresso dello stabile, quasi stesse compiendo un sopralluogo, non piace proprio al solerte inquilino che diligentemente si annota il numero di targa della Bmw e riferisce la cosa al portiere dello stabile. La segnalazione probabilmente non avrebbe nessun seguito se non ci fosse è un piccolo particolare: proprio in Via Savoia 86 ha sede lo studio privato del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Il portiere racconta il fatto agli uomini della scorta di Moro, i quali, a loro volta, trasmettono il numero di targa alla centrale operativa per gli opportuni accertamenti.

L’auto, una Bmw 2000, risulta intestata a Maria Gloria D’Amico. L’attenzione della polizia, però, si fissa sul convivente della donna, Gianfranco Moreno, i cui requisiti corrispondono a quelli dello strano personaggio di Via Savoia. Moreno, trentanove anni, impiegato come commesso presso il Banco di Roma, ha un solo, strano, precedente penale risalente al 1973 Si tratta di una denuncia per molestie sessuali presentata dalla signora libanese Djazi Kalthoum Rosette. Secondo la signora, Moreno l’avrebbe seguita per tre giorni senza mai rivolgergli la parola ma lanciando sguardi inequivocabili nei suoi confronti. La denuncia non ebbe seguito poiché non si rilevarono nella condotta di Gianfranco Moreno atti perseguibili penalmente.

Convocato in questura il 28 febbraio 1978 Moreno (nella foto accanto) afferma di non ricordarsi di essere passato in Via Savoia, anzi precisa, di ignorare completamente dove si trova la strada. La testimonianza non deve convincere completamente gli inquirenti che decidono di mettere sotto controllo il suo telefono. Le intercettazioni però non danno risultati, e il 15 marzo, proprio alla vigilia dell’agguato di Via Fani, il capo della Polizia Parlato telefona al segretario di Moro Nicola Rana, riferendo che le indagini relative alla BMW hanno dato esito negativo.

Si può immaginare lo sgomento delle forze dell’ordine, quando a meno di ventiquattr’ore da quella telefonata tranquillizzante, si trovano di fronte al rapimento di Aldo Moro. Il primo pensiero corre subito al commesso del Banco di Roma sorpreso a spiare i movimenti del Presidente Democristiano. Moreno si ritrova in stato di fermo con sulle spalle l’accusa di omicidio plurimo e sequestro di persona.

Le speranze per una pronta risoluzione della vicenda, che quel subitaneo arresto ha sviluppato nell’opinione pubblica sono però destinate purtroppo ad essere disattese. Lunedì 20 marzo, nel corso dell’interrogatorio davanti al giudice Infelisi, Gianfranco Moreno si ricorda di aver accompagnato nell’istituto di araldica, situato in Via Savoia, Gerardo Serafino, collaboratore dell’onorevole democristiano Gian Adelio Arnaud. Trovata conferma del fatto da parte del Serafino, il giudice Infelisi dispone il rilascio di Moreno perché estraneo ai fatti.

Così dopo appena cinque giorni quello che sembrava l’asso nella manica delle forze dell’ordine esce, di scena. Il precipitoso arresto e l’altrettanto improvvisa liberazione di Moreno scateneranno, non poche polemiche ma le diverse obiezioni fatte sull’atteggiamento tenuto dagli inquirenti non avranno seguito.

 

La seconda auto in via Licinio Calvo.

Mentre in questura si interroga Moreno, alle 4,10 del mattino di quel venerdì 17 marzo, Antonio Pinna e Adelmo Saba transitano, con la loro volante, in Via Licinio Calvo. Gli ordini sono precisi: continuare a perlustrare la zona di Monte Mario segnalando tempestivamente alla centrale ogni situazione sospetta.

I due agenti percorrono la strada deserta a passo d’uomo. D’improvviso la loro attenzione è attratta da una Fiat 128 targata Roma M53955, regolarmente parcheggiata. Si fermano di colpo: «Abbiamo trovato una delle auto dei brigatisti» esclamano pieni d’eccitazione.

I due agenti non credono ai propri occhi. Proprio in quella via stretta e tortuosa è stata infatti ritrovata, pochi minuti dopo il rapimento, la 132 che ha partecipato all’agguato di Via Fani. Nonostante la strada sia stata percorsa per tutto il giorno da agenti di polizia e carabinieri nessuno ha notato nulla. Incredibilmente è bastata l’inversione di un numero (la targa segnalata dai testimoni era M53955 invece di M53995) e che l’auto fosse regolarmente chiusa e parcheggiata perché sfuggisse completamente ai controlli delle forze dell’ordine.

Sono passate poche ore dal rapimento e gli inquirenti devono registrare una nuova brutta figura. Ben altre e più gravi ne seguiranno, la stessa Via Licinio Calvo, del resto, riserverà un’altra sgradita sorpresa.


Una città sotto assedio

L’immagine che hanno i romani uscendo di casa quel venerdì è quella di una città in stato d’assedio. Le forze dell’ordine hanno messo in campo tutte le loro risorse per cercare di stanare i brigatisti. Lo schieramento è imponente. Interi isolati sono perquisiti da poliziotti e carabinieri. Ma si agisce alla ceca: senza un piano strategico basta una segnalazione, un indizio, una telefonata anonima per passare al setaccio un’intera via. Ecco la cronaca di una delle tante perquisizione nel racconto de Il Corriere della Sera:

Il caso moro posto di blocco

Quattro furgoni blindati e dieci camionette della polizia presidiano l’imbocco di via di Valle Aurelia; un centinaio di agenti sono appoggiati alle macchine con i mitra a tracolla. «Aspettiamo le segnalazioni - dice un capitano - quando le riceviamo le nostre squadre si spostano ed in pochi minuti arrivano a perquisire gli appartamenti.» ... Uno squadrone di trenta carabinieri armati di mitra e giubbotti antiproiettile accerchia una palazzina nei pressi di Via Massimi. Mentre due militi bloccano l’ascensore, altri dieci salgono fino all’ultimo piano e cominciano a suonare ai campanelli. Un inquilino tarda ad aprire la porta e la porta è sfondata Corriere della Sera 18 Marzo 1978

Tutte le principali vie d’accesso alla città sono presidiate dalle forze dell’ordine che controllano le auto in entrata ed in uscita. I posti di blocco, che spesso rallentano il traffico creando file chilometriche, dimostrano subito la loro inefficacia.

Un brigadiere così spiega i criteri con i quali si bloccano le auto:

«Fermiamo tutti i furgoni, le roulotte e le macchine con il porta bagaglio capiente. Per quanto riguarda le persone si cerca di vedere le facce che danno maggior sospetto all’aspetto si capisce se sono persone che possono dedicarsi a certe cose. Si fermano soprattutto i giovani specie se con barba o baffi, o le persone che hanno un fare nervoso. Poi se vedi un vecchio, oppure una famiglia coi bambini, uno che sta con la moglie, una donna incinta allora lasci perdere» Corriere della Sera 18 Marzo 1978

 

I postini delle BR

Nei lunghi mesi di preparazione le Brigate Rosse non hano trascurato nulla. Ad ogni militante è stato assegnato un ruolo secondo le proprie carattestiche. Alla coppia Faranda e Morucci è stato assegnato quello di postini delle BR. Saranno loro che, durante i 55 giorni del rapimento, effettueranno le telefonate e posizioneranno i comunicati e le lettere da recapitare. Morucci, romano, conosce perfettamente la città ed è il più adatto a girare per Roma evitando i posti di blocco.

Verso le 10:30 del mattino, in una strada di Trastevere, Morucci e Faranda incontrano Mario Moretti. In una busta arancione di tipo commerciale c'è , insieme alla polaroid di Moro, il primo comunicato delle BR che Moretti ha scritto il giorno prima, basandosi sulle indicazioni emerse nell'ultimo comitato esecutivo.

Il compito di Morucci e Faranda è quello di fotocopiare il comunicato, posizionare la busta e telefonare per segnalare dove poter recuperare il plico. La busta viene posizionata sul tetto di una fotocopiatrice posta nel sottopassaggio di Largo Argentina. Poco dopo da una cabina telefonica telefonano al Messaggero.

 

La Dc senza Moro

Nella tarda mattinata a Piazza del Gesù si riunisce la direzione democristiana: quel venerdì 17 si presenta come una delle giornate più cupe nella storia del partito. Al disorientamento delle prime ore si va sostituendo una paura sottile che gela i notabili democristiani seduti nella grande sala di palazzo Cenci Bolognetti. La tensione e lo sgomento è ben visibile su quei volti che hanno passato una notte insonne. Il posto che abitualmente occupava Moro è sconsolatamente vuoto. Dopo un momento di sgomento si decide difar sedere su quella poltrona Giovanni Galloni vice segretario del partito.

Il caso Moro riunione Dc

La riunione della direzione della Democrazia Cristiana. Zaccagnini fissa sconsolato il posto abitualmente occupato da Moro

Il popolo democristiano si sente sotto tiro. Sempre più spesso il nome della Democrazia Cristiana appare nei volantini della Brigate rosse e la lista degli esponenti del partito raggiunti dalle pallottole dei terroristi si allunga regolarmente. Pur conoscendo il pericolo terrorista nessuno pensava che l’attacco potesse arrivare così in alto. Dopo via Fani tutti si sentono meno sicuri.

I politici che per oltre trent’anni hanno retto le sorti del paese sono disorientati davanti alla continua perdita di potere del partito. Le elezioni amministrative del 1975 hanno visto il trionfo del PCI e la perdita delle amministrazioni di diverse città importanti tra cui Roma. Il successo delle sinistre è stato ribadito nelle politiche dell’anno seguente dove qualcuno ha temuto perfino il sorpasso. L’aria nel paese è cambiata, un esponente della Democrazia Cristiana, per la prima volta nella storia della repubblica, è finito davanti al Parlamento per rispondere dell’accusa di corruzione e c’è voluta tutta la forza del partito e l’orgogliosa difesa di Aldo Moro per evitare, a l’ex Ministro Gui, l’onta del processo. Per governare la DC è dovuta scendere a patti con i comunisti prima avvalendosi dell’astensione del PCI e adesso nell’ultima avventura, fortemente voluta da Moro, allargando la maggioranza al partito di Berlinguer.

L’avventura però è iniziata senza il principale fautore della nuova formula politica, l’uomo che garantiva la continuità della politica democristiana. Tutti sono d’accordo sul ruolo insostituibile di Moro. Angelo Sansa, sottosegretario agli esteri spiega. «La DC rischia di perdere l’ancora in un mare in tempesta. Con Moro sono state possibili proiezioni politiche audaci perché non rappresentavano mai un capovolgimento ma una sua evoluzione». Per Luigi Granelli, altro notabile DC, «Moro è riuscito a conciliare le due anime della DC, avendo assieme un altissimo senso dello Stato e sapendo stare al centro dell’evoluzione culturale senza astrattezze». E Gerardo Bianco aggiunge preoccupato: «Oltre a Moro non c’è nessun uomo nella DC capace di assumere quel ruolo. Bisognerebbe che il partito riuscisse a superare le correnti a mantenere un grande dialogo interno. Guai se si scatena la lotta tra i gruppi .».

Tocca a Fanfani chiamare il partito ad uno scatto di orgoglio. Nel suo intervento, il vecchio leader aretino afferma deciso: «Bisogna assolutamente fermare i terroristi. Se continua così alla fuga dei cervelli, dei capitali, seguirà la fuga dei cittadini. Non dobbiamo e non possiamo permetterlo. Né noi né gli altri partiti»

La direzione al termine della riunione ribadisce la fermezza nei confronti dei terroristi e ribadisce che non è possibile nessuna trattativa. A seguire gli sviluppi del rapimento sono chiamati il segretario Zaccagnini, i vice segretari Gasparri e Galloni, ed i capigruppo parlamentari Piccoli e Bartolomei; ma tutta la segreteria del partito, che si considera convocata in permanenza, è pronta a tornare a riunirsi alla prima novità.


         

 

 

 

 

 

 

SCRIVI UNA MAIL

icona mail
 

VISITE

Contatore per sito

VISITA LA PAGINA

icona facebook