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Il caso Moro - Cronaca di un rapimento


 

16 MARZO 1978

 

Via Fani: la parola ai brigatisti

 

Dopo anni di silenzio, nel 1985, i protagonisti dell'azione di via Fani iniziano a parlare.

Sono Adriana Faranda e Valerio Morucci a raccontare, per primi, la vicenda Moro, prima in tribunale e poi nel famoso memoriale.

Seguono, nel tempo, i contributi degli altri componenti del commando da Moretti a Balzarani, da Fiore a Gallinari e Bonisoli.

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La confessione di Valerio Morucci e Adriana Faranda

Alla fine del 1982, grazie al contributo dei pentiti, confrontati con i racconti dei testimoni la adinamica dell'agguato di Via Fani è ormai delineata. I pentiti, però, non parlano per esperienza diretta , nessuno di loro era presente in Via Fani. i racconti, si riferiscono a confidenze fatte da i componenti del commando, i quali, tutti, continuano a mantenere un rigoroso silenzio sull'argomento.

A rompere il muro dell'omertà sono Faranda e Morucci che nel Luglio del 1984 consegnano al giudice Ferdinando Imposimato un documento in cui annunciano la loro dissociazione dalla lotta armata:

Sono finiti i giorni dell’ira in cui è prevalsa la rozzezza della logica di guerra, e non è forse possibile andare oltre senza rimuovere dubbi e risolvere i quesiti che possono ancora originare ipotesi contrastanti. Senza che dall’interno giunga una chiarificazione, una spiegazione approfondita resa più obiettiva dagli anni trascorsi e dal travaglio che ha segnato questo tempo. Questa responsabilità è nostra e il nostro vuole essere un percorso di chiarezza e di rifiuto di una scorciatoia giudiziaria. Documento di dissociazione dalla lotta armata firmato da Valerio Morucci, Adriana Faranda ed altri brigatisti detenuti. Luglio 1984

Morucci e Faranda ad oltre cinque anni dal loro arresto accettano di collaborare con la giustizia ricostruendo, a loro modo, le fasi che avevano portato le Brigate Rosse al rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Le condizioni, però sono ben precise: «chiamare in causa i militanti dell’organizzazione non sarebbe stato in linea con i nostri valori di dignità» pertanto, nomi non ne fanno.

Durante il processo di appello per la strage di Via Fani, nel gennaio 1985, Adriana Faranda e Valerio Morucci raccontano la loro verità. La prima a prendere la parola è Adriana Faranda che ricostruisce tutta la fase preparatoria dell’azione. La Faranda conferma, come gia aveva detto Peci, di non aver partecipato all’attacco e di aver saputo della riuscita dell’agguato dalla radio della polizia. Dopo aver ribadito che i componenti del commando erano nove, alla domanda se ci sono brigatisti che parteciparono all’azione di Via Fani e che non sono nel processo afferma: <«si!... un paio. I loro nomi sono noti alla polizia perchè coinvolti in altri processi.»

Il 24 gennaio 1985, a quasi sette anni da quel tragico giovedi, un componente il commando brigatista parla,in un’aula di tribunale, dell’azione di Via Fani. In una drammatica seduta, con la voce rotta dall’emozione, Valerio Morucci racconta:

L’organizzazione era pronta per il sedici mattina, uno dei giorni in cui l’on. Moro sarebbe potuto passare per Via Fani.

Morucci

Non c’era certezza, avrebbe potuto anche fare un’altra strada. Era stato verificato che passava di li alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse sempre. Non c’era stata una verifica da mesi.

Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in Via Fani per compiere l’azione sperando dal punto di vista operativo, ovviamente, che passasse di li quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte quelle persone su quel luogo per più giorni avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme.

La macchina con targa del corpo diplomatico si mise in seconda fila mentre l’altra rimase dov’era. Appena visto arrivare il 130 blu di Moro da via trionfale, il 128 è partito ad andatura abbastanza sostenuta per evitare si farsi sorpassare, perché le due macchine andavano abbastanza veloci... passò davanti al bar Olivetti e freno bruscamente davanti allo stop.

A quel punto il 130 tampono il 128, l’Alfetta di scorta tamponò il 130. Il 128 bianco con a bordo altre due persone si pose dietro per chiudere l’accesso ad altre macchine; la persona che doveva occupare l’incrocio l’occupo e noi quattro che eravamo dietro le siepi del bar uscimmo per sparare... per sparare sulla scorta.

Due erano incaricati di sparare sull’Alfetta della scorta e gli altri due di sparare sull’autista e sull’altra persona che occupava il posto a fianco nel 130. Io ero tra questi due e quindi sparai contro il 130. Nel frattempo l’autista del 130 cerco disperatamente di guadagnare un varco verso Via Stresa più volte fece marcia indietro e marcia avanti mentre era in corso la sparatoria.

Il Maresciallo Leonardi, invece per prima cosa si occupo di proteggere Moro e si giro per farlo abbassare. Infatti è stato trovato morto in quella posizione.

Lo stesso accadde per Jozzino che uscì dalla macchina, questo non l’ho visto, lo desumo dai fatti, per esplodere un paio di colpi con la sua pistola. interrogatorio di Valerio Morucci. Processo di appello per l'uccisione di Aldo Moro. Udienza del 24/01/1985

Un altro importante tassello si va ad aggiungere alla ricerca della verità, ma non facendo i nomi dei brigatisti presenti in Via Fani, la confusione è tanta. Per esempio, Giorgio Bocca, nel suo libro “Noi terroristi” uscito pochi mesi dopo la deposizione di Morucci, si avventura in un elenco di nomi decisamente impreciso:

Il silenzio sui nomi è una pura formalità. Morucci ha ammesso di avere sparato, Moretti guidava la macchina tamponata, Piancone fu udito, nella eccitazione, dare ordini in francese, si sa che erano del gruppo Gallinarì, Dura, Fiore, Seghetti e siamo a sette, gli ultimi due stanno probabilmente fra questi nomi: Azzolini, Bonisoli, Micaletto, la Balzarani. Giorgio Bocca: Noi Terroristi

 

Il memoriale Morucci

Nel 1990, attraverso un memoriale fatto pervenire alle autorità giudiziaria Morucci e Faranda ricostruisco nei particolari l'azione di Via Fani, inserendo, questa volta, i nomi ed i ruoli avuti dai brigatisti nell'agguato.

Appena la Fiat 130 blu con Moro, seguita dall'Alfetta, ha imboccato via Fani proveniente da via Trionfale, la Fiat 128 bianca targata CD condotta dal bierre uno (Moretti), si è immessa nella carreggiata e si è diretta verso l'incrocio via Fani-via Stresa.

Lo stesso bierre numero uno (Moretti), dopo aver bloccato la 128 poco prima dello stop, facendosi tamponare dalla Fiat 130 seguita dall'Alfetta, è rimasto per qualche tempo quasi fino alla fine della sparatoria sulla stessa auto che si è spostata in avanti a causa dei ripetuti tamponamenti da parte dell'autista del 130, che cercava di guadagnare un passaggio sulla destra, verso via Stresa.

La presenza casuale di una Mini Minor in via Fani, proprio all'altezza dell'incrocio con via Stresa, può aver in parte contribuito ad impedire la manovra di svincolo della 130.

Dopo il tamponamento della Fiat 128 targata CD da parte della 130 di Moro - a sua volta tamponata dall'Alfetta di scorta - si è posta dietro questa, trasversalmente rispetto alla strada, la 128 bianca con i bierre numero due e tre (Loiacono e Casimirri), che avevano il compito di bloccare il traffico da via Fani e rispondere entrambi ad eventuali attacchi delle forze di polizia.

Nel frattempo il bierre numero quattro (Balzerani) disceso dalla Fiat 128 blu, parcheggiata dall'altro lato dell'incrocio, si è portato al centro dell'incrocio di via Fani con via Stresa per bloccare il traffico proveniente dalle diverse direzioni.

Io e i bierre sette, otto e nove (dal basso Fiore, Gallinari e Bonisoli), portatici sulla strada, abbiamo sparato contro gli uomini della scorta di Moro, in modo da evitare che venisse colpito Aldo Moro.

Io ed il bierre sette (Fiore) abbiamo sparato contro gli uomini a bordo della 130.I bierre otto e nove (Bonisoli e Gallinari) hanno sparato contro i tre uomini che erano sull'Alfetta di scorta.

Nell'azione si sono inceppate diverse armi tra cui lo Fna 43 in mio possesso e l'M12 in possesso di uno degli altri tre uomini (Fiore, che sparava anch'egli sulla 130). In conseguenza dell'inceppamento della mia arma, per non intralciare gli altri, mi sono portato verso via Stresa e ho impiegato del tempo per disinceppare l'arma.

Nel frattempo, il bierre uno (Moretti) invece di portarsi al centro dell'incrocio, come previsto dal piano di attacco, per appoggiare la Balzerani nella difesa dell'incrocio, si è portato accanto alla 130 di Moro e insieme al bierre sette e otto (Fiore e Gallinari) ha prelevato l'ostaggio e lo ha caricato sul sedile posteriore della Fiat 132, che nel frattempo, facendo retromarcia da via Stresa a via Fani, si era affiancata alla Fiat 130 di Moro.

Dopodiché, lo stesso bierre uno (Moretti) è salito accanto all'autista (bierre numero cinque Seghetti), mentre sul sedile posteriore ha preso posto accanto a Moro il bierre sette (Fiore).

Caricato Moro, che fu coperto con un plaid, la Fiat 132 ha preso verso via Stresa in direzione di via Trionfale; i bierre due e tre (Loiacono e Casimirri), risaliti sul 128 bianco, che aveva sbarrato via Fani dietro l'Alfetta della scorta, hanno raccolto il bierre otto (Gallinari) e si sono accodati alla Fiat 132, su cui Moro veniva portato via.

Il bierre nove (Bonisoli) è salito sul 128 blu - che era rimasto fermo nella parte inferiore di via Fani con il muso rivolto verso l'incrocio con via Stresa - e ha preso posto di fianco al posto di guida. Sul sedile posteriore era nel frattempo risalito il bierre quattro (Balzerani). Valerio Morucci: Memoriale

 

Parla Mario Moretti: il capo delle BR

Nel 1994, in un libro intervista Mario Moretti, la mente del sequestro Moro, racconta la sua versione dei fatti.

L'azione è partita. Il momento critico è quello iniziale: una nostra macchina (la 128 targata Corpo Diplomatico) deve andare a mettersi davanti al piccolo convoglio composto dalla 130 con dentro Moro, l'autista e il maresciallo, e dall'Alfetta con gli altri tre.

Bisogna avvistare in tempo le due macchine, che vanno veloci per motivi di sicurezza e cogliere il momento esatto in cui rallentano per girare a sinistra di via del Forte Trionfale in via Fani.

È un attimo, la nostra macchina deve essere in movimento e mettersi con naturalezza davanti a loro. Se non li agganciamo lì non li riprendiamo più. Guai se la manovra riesce male o se succede qualcosa, anche piccola, che attiri l'attenzione degli agenti di scorta. Su quella macchina non ci vuole uno che guidi come un pilota di Formula Uno, ma che abbia esperienza e nervi saldi. Tocca a me.

Ma occorre che un compagno mi segnali che il convoglio sta arrivando con qualche attimo di anticipo prima che svolti per via Fani... La ragazza, appunto. Deve fare solo questo, poi salire su una Vespa e andarsene. È giovane, carina, non ha che da star ferma all'incrocio con un mazzo di fiori in mano.

I poliziotti non sono degli sprovveduti, ma una donna con dei fiori in mano è nel ruolo, non da nell'occhio. Come un operaio che mangia un panino su un muretto, con le gambe penzoloni: ci può stare anche un'ora, non si meraviglia nessuno. Eravamo abili nell'osservare queste cose.

La ragazza fa il segnale, esco al momento giusto e mi metto davanti alle due macchine di Moro, regolando l'andatura: abbastanza piano perché le macchine che ci precedono si allontanino un poco, in modo da non venire coinvolte nella sparatoria, ma anche abbastanza veloce perché il convoglio di Moro non mi sorpassi. Funziona. Nessuno si accorge di niente. Tutto va tranquillamente.»

L'adrenalina è a mille, il cuore è impazzito, ma non ho il tempo di sentire emozioni, il tempo delle incertezze, dei dubbi, è prima e dopo un'azione, mai durante. Quando ci sei dentro l'unico problema è come fare nel modo migliore quel che si è deciso. A me è capitato sempre di essere lucido, concentrato, non mi è sfuggito mai nulla, il tempo si dilata, ogni secondo è un'eternità. Credo che in genere sia così per tutti.

Procedo, sorpasso una Cinquecento che va troppo a rilento e le macchine di Moro mi vengono dietro. L'ideale è che tutte e tre le macchine si fermino allo stop dove sono appostati i quattro compagni che dovranno neutralizzare la scorta, altrimenti dovranno risalire via Fani e la scorta potrebbe notarli.

Mi fermo dunque allo stop, un po' di traverso per occupare la parte maggiore di strada ma senza che sembri strano, normalmente, senza stridore di gomme. (Non ti sei fatto tamponare dalla 130 di Moro? Si è sempre detto questo.) No. Un tamponamento li avrebbe messi in allarme e invece devo dare tempo ai compagni di avvicinarsi. Moro e la scorta sono vulnerabili, lo ripeto, in quanto non notino nulla. E non notano nulla perché fino a un secondo prima della sparatoria non c'è niente da notare.

I quattro compagni aprono il fuoco. Allo stesso momento i due che devono bloccare il traffico in alto lo bloccano. Barbara è già in mezzo all’incrocio a due metri dallo stop di Via Fani e ha fermato il traffico che risale via Stresa, verremo a sapere che la prima macchina ad essere fermata, vedi le coincidenze, è quella di un poliziotto, che non capisce nulla e, infatti, non fa nulla.

Per prima cosa i quattro compagni colpiscono l’Alfetta della scorta, poi con una raffica il maresciallo Leonardi che è nella macchina con Moro.

L’autista dell’Alfetta, colpito, lascia andare la frizione, la macchina fa’ un salto avanti e tampona la 130 di Moro che ha sua volta tampona la mia.

Avevamo previsto di abbandonare la 128 sul posto, e io sarei sceso a per andare a rafforzare la posizione di Barbara.

Ma a questo punto succede l’imprevisto si bloccano sia i mitra di Morucci, sia quello di Bonisoli.

Uno dei poliziotti dell’Alfetta riesce a scendere dalla macchina impugna una pistola, Bonisoli lascia andare il mitra, tira fuori la pistola sua spara e lo colpisce. Credo che nemmeno lui sappia come ha fatto a sparare con tanta precisione, certo se non ci fosse riuscito in Via Fani avremmo lasciato anche qualcuno dei nostri.

E io son costretto a rimanere in macchina con il freno premuto perché l’autista di Moro, che non è stato colpito, cerca di togliere la 130 dall’incastro formato per il doppio tamponamento, in quegli attimi Morucci sostituisce il caricatore al suo mitra inceppato, spara una seconda raffica e riesce a colpirlo.

Pochi secondi e la sparatoria è finita, la scorta neutralizzata. Quella scena non la scorderemo più. Mario Moretti. Brigate rosse una storia italiana (Milano, Anabasi, 1994) pag.126

 

I racconti degli altri partecipanti all'agguato

Nell'udienza del 2 Dicembre 1994, al processo Moro quater, Barbara Balzerani, conferma la presenza di un decimo brigatista:

Balzerani: a iniziare dal basso, dall'incrocio con via Stresa in mezzo all'incrocio c'ero io, e, nella prosecuzione della strada c'era un'altra persona in macchina che era la macchina che doveva, 
facendo marcia indietro, prendere l'on. Moro... era un uomo. Poi c'era un'altra persona a bordo della macchina che ha bloccato il convoglio... un altro uomo. Poi c'erano quattro persone che sono intervenute sugli agenti, quattro uomini, due sul 130 e due sull'Alfetta. Poi, c'erano altre due persone che chiudevano la strada in cima. Facevano da cancelletto.

Presidente: cancelletto superiore?

Balzerani: sì... e copertura.

Presidente: uomini o donne?

Balzerani: due uomini. La decima persona aveva una funzione di staffetta, avvisò dell'arrivo delle due macchine e se ne andò subito dopo immediatamente.

Presidente: uomo o donna?

Balzerani: una donna.

Presidente: due donne. È così?

Balzerani: sì.

Presidente: diciamo che erano otto uomini e due donne?

Balzerani: sì» Interrogatorio di Barbara Balzerani. Processo Moro Quater. Udienza del 2/12/1994

A completare il quadro, arrivano, anche le confessioni di altri due componenti del cosiddetto gruppo di fuoco: Prospero Gallinari e Raffaele Fiore.

Ora è l'attesa, quella di un movimento, di un mazzo di fiori in fondo alla via che segnali l'arrivo di una macchina seguita da altre. In quei momenti la testa è troppo impegnata, fissata sulla sequenzadei movimenti, perché possa essere attraversata da valutazioni, da pensieri di ogni genere. I fiori si muovono, ci mettiamo in posizione di scatto, la strada è libera, vediamo sullo sfondo le macchine e cominciamo a uscire».

È un attimo, un tempo non valutabile, e partono le raffiche. Quello che temevo accade: a metà della raffica il mitra si inceppa, estraggo istintivamente la pistola che porto alla cintura continuando a sparare come se non fosse cambiato nulla.» Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli (Milano, Bompiani, 2006) pag.184

 

«Ricordo che premetti il grilletto e il mio mitra, un M12, che avrebbe dovuto essere il migliore, si inceppò subito. Io avevo il compito di sparare sull'autista. L'auto dietro, venendo colpiti gli agenti della scorta, tamponò la vettura di Moro. Domenico Ricci, che non era stato ancora colpito, cercò di liberarsi. Tentò di fare tre o quattro manovre, avanti e indietro, a sinistra e a destra. Lo ricordo bene perché fu una scena drammatica. Moro si era abbassato sul sedile posteriore. Io tolsi il caricatore del mitra, ne misi un altro, ma non funzionò egualmente. Valerio riuscì di nuovo a sparare e a colpire Ricci e l'auto si fermò completamente. Fu una frazione di secondo, io ero tutto teso a condurre in porto l'obiettivo. Mi rimase l'immagine del Ricci che cercava in tutti i modi di uscire e che, invece, pochi secondi dopo fu colpito e si accasciò sul volante. Vedere questa persona morire mi lasciò esterrefatto» Raffaele Fiore, L'ultimo brigatista, (Milano, Rizzoli, 2007) pag.121

Con le dichiarazioni dei partecipanti all'azione, incrociate con le testimonianze ed i risùltati delle perizie, è finalmente possibile ricostruire con dovizia di particolari cosa avvenne la mattina del 16 Marzo 1978 all'angolo tra via Fani e Via Stresa.


    

 

 

Il verbale della DIgos del 17/3/1978 che ricostruisce l'azione di Via Fani - leggi

L'agguato di Via Fani nel racconto di Valerio Morucci nel Memoriale - leggi

Ricostruzione della dinamica della strage di via Mario Fani del 16 Marzo 1978 (ricostruzione delle traiettorie delle armi usate in via Fani)- leggi

CRONACA DI UN RAPIMENTO

* Via Fani: ore 9:03 - leggi

* L'Italia tra incredulità e sgomento - leggi

* Via Fani: I testimoni oculari - leggi

* Via Fani: i racconti dei pentiti - leggi

* Via Fani: l'agguato - leggi

*In fuga con Moro - leggi

* Nella prigione del popolo - leggi

* 17 marzo Una città in stato d'assedio - leggi

* 18 marzo Il primo comunicato br - leggi

 

 

Il primo verbale della Questura di Roma che ricostruisce l'azione brigatista di Via Fani - Leggi

La dinamica dell'agguato terrorista ricostruta nella sentenza di primo grado del Processo Moro. - leggi

L'azione di Via Fani attraverso le confessioni dei brigatisti. - leggi

 

 

 

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