Logo anni affollati

Il caso Moro - Cronaca di un rapimento


 

16 MARZO 1978

 

Via Fani: i racconti dei pentiti

 

Le confessioni dei pentiti permettono un ulteriore passo avanti nell'individuazione dei brigatisti presenti in Via Fani.

Le testimonianze di Peci, Savasta, e Fenzi iniziano anche a delineare i ruoli dei componenti l'agguato.brigatisti


 

Patrizio Peci: il primo pentito delle BR

La ricostruzione fatta sulla base dei rilevamenti e delle testimonianze permettono una ricostruzione accurata dello svolgimento dell'azione. Sconosciuti restano invece i nomi dei brigatisti presenti all'azione. I riconoscimenti fatti sulla base delle foto segnaletiche, individuano brigatisti come Bonisoli, riconoscibilissimo dal colore dei capelli “rosso vivo”, effettivamente in Via Fani, ma anche terroristi come Corrado Alunni, che si appurerà in seguito, uscito dalle BR prima del 16 Marzo 1978.

Per iniziare a conoscere, Peci con una certa attendibilità, i nomi ed i ruoli dei componenti del commando bisogna attendere la primavera del 1980, quando, Patrizio Peci, capocolonna delle BR a Torino, decide, primo nella storia dell’organizzazione, di collaborare con la giustizia.

Davanti al giudice Giancarlo Caselli, accorso nel carcere di Cuneo, Peci inizia ad alzare il velo sull’azione di Via Fani:

«Dell’operazione Moro posso dire chi vi ha partecipato avendolo saputo dopo la perpetrazione di essa. Da Torino partecipò il Fiore che era armato con l’M12. Da Milano Bonisoli ed Azzolini. Dei romani parteciparono il Moretti, Morucci e Gallinari. Non so altro di preciso, ma nello stesso tempo non posso escludere la presenza d’altre persone ancora. Per esempio persone provenienti da Genova. E’ probabile che poi all’azione abbia partecipato la donna di Morucci, cioè la Faranda che però non mi sembra abbia fatto, parte del gruppo d’assalto. Fu il Moretti ha dirigere l’assalto sia da un punto di vista militare che politico. Il Moretti era armato con il Mab. Queste notizie le appresi, in termini confidenziali, successivamente dal Fiore che aveva preso parte all’azione». Patrizio Peci, Verbale interrogatorio, 1 aprile 1980, CPM1, vol. LXIV, pag.219

La testimonianza di Peci, la prima in assoluto, pur nella sua sommarietà, da già un quadro abbastanza preciso dello svolgimento dei fatti.

 

Il processo Moro

Mercoledi 14 aprile 1982, a Roma, ha inizio il processo per il rapimento, l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Santiapichi La corte, presieduta dal presidente Severino Santiapichi è chiamata a giudicare sessantatre imputati. Un dibattimento lungo e denso di incognite, con centinaia di testimoni, ad oltre quattro anni di distanza dai fatti, tenta di far chiarezza su uno dei momenti più difficili della nostra Repubblica.

Nell’aula bunker del Foro italico, costruita per l’occasione, siedono i protagonisti della lotta armata. Divisi in più gabbie, si scambiano accuse ed insulti La “potenza geometrica” delle Brigate Rosse è un ricordo lontano. Proprio con il rapimento e l’uccisione dello statista democristiano è iniziato il declino dell’organizzazione che ormai si dibatte agonizzante. Gli irriducibili tra cui spiccano Moretti, Bonisoli, Azzolini, Fiore continuano nel loro atteggiamento sprezzante nei confronti della giustizia borghese e degli "infami". In un’altra gabbia, ci sono i pentiti: Peci, Savasta, la Libera, Ave Maria Petricola e gli altri della colonna romana. Morucci e Faranda siedono a parte, la loro è una posizione intermedia: non stanno tra gli irriducibili ma non sono neanche disposti a collaborare con la giustizia.

Patrizio Peci, cui pochi mesi prima le Br hanno ucciso il fratello, nella sua deposizione conferma quanto detto al giudice Caselli e aggiunge al proprio racconto nuovi particolari:

«Circa un mese e mezzo prima Bonisoli e Fiore si andarono ad addestrare in una grotta di Saluzzo. ... Fiore con la sua arma cioè l’M12 che poi ha usato...Bonisoli venne con uno Zerbino un mitra molto particolare, se ne trovano pochi in giro...Fiore andava continuamente a Roma. Partiva, si assentava dicendo: devo andare a Roma perché devo fare questa grossa azione...Quindici giorni prima tornò a Torino con un vestito blu e nella colonna chiese ad Angela Maj di cucire delle mostrine su questo vestito...Fu fatto il sequestro e l’uccisione della scorta e alle cinque di sera era già a Torino. Prese il primo treno e arrivo a Torino...

Disse che era andato tutto bene; uno era rimasto un po’ ferito ad un braccio, uno di noi. Cominciò a raccontare che un mitra si era inceppato dopo un colpo o due. Era il suo mitra; lui faceva parte proprio del nucleo d’assalto alla scorta. Disse: come ho sparato dopo due o tre colpi mi si è inceppato. Lui stava un po’ giù per il fatto di non essere riuscito a proseguire nell’azione, nel senso che era rimasto interdetto quando il mitra non funzionava più...

Andando avanti nei giorni cominciò a dire che l’azione l’aveva diretta il vecchio e guardando un Mab disse questo mitra l’ha usato Moretti mentre dirigeva l’azione. Però, disse, non ha tirato neanche un colpo. Nel senso che era Moretti la persona che urlava. Poi venne fuori che c’era la macchina davanti e lui disse che in questa macchina c’erano Morucci e Gallinari. Erano loro che erano scesi ed avevano sparato alle due persone che erano sulla macchina dove c’era l’Onorevole Moro...Poi mi disse che aveva partecipato pure Azzolini.» Interrogatorio Patrizio Peci, C.d.A. Roma -Processo Moro, in CPM1 vol LXXVI, pag. 279

.

 

La confessione di Antonio Savasta

Il protagonista del processo è, però, Antonio Savasta. Elemento della colonna romana delle BR, al momento del rapimento Moro, è soltanto un irregolare non ancora passato alla clandestinità. savastaA lui è affidata la famosa Renault rossa utilizzata per la riconsegna del corpo di Moro. Entrato nel comitato esecutivo delle Br nel 1980 partecipa agli omicidi del colonnello Varisco e dell’ingegnere Taliercio. Arrestato il 28 gennaio 1982 a Padova, durante l’azione che porta alla liberazione del generale americano Dozier, decide subito di collaborare con la giustizia. Al processo, rispondendo alla corte con calma e precisione per oltre trenta ore, fornisce per la prima volta un quadro esauriente sulla struttura dell’organizzazione Brigate Rosse.

Per quanto riguarda l’azione di Via Fani, Savasta, conferma la versione di Peci ed aggiunge nuovi nomi e particolari: nell’udienza del maggio 1982 così risponde alle domande del presidente Santiapichi:

SAVASTA: I nomi che uscirono fuori, uscirono fuori dopo che Peci aveva parlato, dicendo che erano dei compagni che molto probabilmente si erano lasciati sfuggire questi nomi, cioè chi realmente aveva partecipato in Via Fani. Perciò rispetto ai nomi che ha fatto Peci è stato detto soltanto che erano quelli i componenti dell’azione di Via Fani.

PRESIDENTE: cioè?

SAVASTA: Bonisoli, Azzolini, Fiore, Morucci, Faranda, Moretti, poi ho saputo che Seghetti faceva da autista e che c’era anche Barbara Balzarani.

PRESIDENTE: Siamo ad otto. Qualcuno dice che fossero nove. Ci sono delle voci nelle carte processuali che dicono che fossero nove.

SAVASTA: Io li ho semplicemente risaputi non ci si è discusso sopra.

PRESIDENTE: L’informazione su questo gruppo che ebbe ad eseguire la strage di Via Fani chi  l’ha data?

SAVASTA: La discussione che è seguita alle rivelazioni che ha fatto Peci quando era stato preso. Erano i compagni, tipo Seghetti, che sapevano chi c’era in quella situazione, tipo Barbara Balzarani, che disse che purtroppo qualche compagno si era lasciato sfuggire dei nomi (...)

PRESIDENTE: Qualcuno illustrò come era avvenuta questa azione dalla vostra angolazione?

SAVASTA: C’era stato un tipico modello operativo, anche in quella situazione, cioè c’era stato quello che noi chiamavamo “il cancelletto”, cioè la chiusura di una strada con una macchina con l’intervento dei nuclei che si erano divisi i compiti, nonché l’uccisione degli agenti della scorta. Dopo di che ci furono i vari cambi di macchina.

PRESIDENTE: Vediamo il cosiddetto cancelletto da chi fu operato praticamente.

SAVASTA: Non lo so.

PRESIDENTE: Cioè, l’attribuzione individuale dei singoli comportamenti alle varie persone lei non è in condizione di dircela.

SAVASTA: No, assolutamente perché dal punto di vista operativo è soltanto specificato... Viene assunto come norma generale e ogni volta non viene rispiegata l’azione. Interrogatorio di Antoniuo Savasta C.d.A. Roma -Processo Moro, in CPM1 vol LXXiV

.

Primo processo per l'uccisione di Aldo Moro

Quanto affermato da Savasta è confermato, durante il dibattimento, dagli altri pentiti appartenenti alla colonna romana: Emilia Libera, Massimo Cianfanalli e Carlo Brogi.

 

Fenzi: era Moretti alla guida del 128

Un ulteriore chiarimento sullo svolgimento dell’azione lo fornisce Enrico Fenzi, forse l’unico intellettuale che ha partecipato all’avventura delle Brigate Rosse. fenzi Professore di letteratura italiana all’università di Genova, da sempre militante nell’estrema sinistra, entra in contatto con la colonna genovese delle Brigate Rosse nel 1977. Metà simpatizzante meta irregolare svolge alcuni azioni di poco conto. Arrestato il 17 maggio 1979 a seguito delle ammissioni di Franco Berardi, l’irregolare delle Brigate Rosse fatto arrestare da Guido Rossa e che si suiciderà in cella dopo l’uccisione dell’operaio dell’Italsider, Fenzi finisce in cella, a Palmi, con lo stato maggiore delle Brigate Rosse: Curcio, Franceschini e Bertolazzi. Scarcerato il 3 giugno del 1980 per insufficenza di prove, passa subito alla clandestinità. Con il prestigio, derivatogli dalla frequentazione dei capi storici brigatisti, acquista all’interno dell’organizzazione un ruolo importante. Arrestato insieme a Moretti il 4 Aprile del 1981 in Via Cavalcanti a Milano, Fenzi ha sempre mostrato una grande ammirazione per il capo brigatista.

Nella sua deposizione davanti alla corte Fenzi, ormai dissociato, rivela una confessione fattagli in carcere da Moretti riguardo Via Fani:

«Nel gennaio del 1982 abbiamo avuto a Milano il processo d’appello per le pistole che avevamo addosso al momento dell’arresto. Io venivo da Cuneo e Moretti da Nuoro. Nei tre giorni insieme in modo occasionale non parlando del sequesto Moro (il pretesto è stato semplicemente un discorso sulle rispettive abilità nella guida delle auto e io dicevo che non so guidare) Moretti mi disse che era un abilissimo guidatore. Se ne è proprio vantato e sull’onda di questo discorso un unica ammisione gli è sfuggita “Immagina chi era colui che guidava l’automobile che in Via Fani ha bloccato le due macchine, quella di Moro e quella della scorta? Sono stato io!”» Interrogatorio di Enrico Fenzi,-C.d.A. Roma -Processo Moro, in CPM1 vol LXXIX


    

 

 

Il verbale della DIgos del 17/3/1978 che ricostruisce l'azione di Via Fani - leggi

CRONACA DI UN RAPIMENTO

* Via Fani: ore 9:03 - leggi

* L'Italia tra incredulità e sgomento - leggi

* Via Fani: I testimoni oculari - leggi

*  Via Fani: la parola ai brigatisti - leggi

* Via Fani: l'agguato - leggi

*In fuga - con Moro - leggi

* Nella prigione del popolo - leggi

* 17 marzo Una città in stato d'assedio - leggi

* 18 marzo Il primo comunicato br - leggi

 

 

Il primo verbale della Questura di Roma che ricostruisce l'azione brigatista di Via Fani - Leggi

La dinamica dell'agguato terrorista ricostruta nella sentenza di primo grado del Processo Moro. - leggi

L'azione di Via Fani attraverso le confessioni dei brigatisti. - leggi

 

 

 

SCRIVI UNA MAIL

icona mail
 

VISITE

Contatore per sito

VISITA LA PAGINA

icona facebook