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Cronaca di un rapimento


 

Introduzione

via fani

 

Il rapimento di Aldo Moro, con l’eliminazione dei cinque uomini della sua scorta, la lunga prigionia e la sua spietata esecuzione da parte degli uomini delle brigate rosse, è probabilmente il più importante avvenimento degli oltre settant’anni di vita della nostra Repubblica.

Già la mattina del 16 marzo 1978 era chiaro che l’attacco di via Fani rappresentava un momento di rottura della storia italiana. Il lungo periodo del dopoguerra si andava concludendo ed una nuova fase, piena di incognite, si prospettava all’Italia.

Le conseguenze di quei terribili 55 giorni non si fecero attendere. Bastarono pochi mesi per dichiarare morta l’esperienza di solidarietà nazionale con l’uscita dalla maggioranza del PCI. Dal canto suo, una DC sempre più in crisi, senza la lucida e pragmatica visione di Aldo Moro, si affido a formule improbabili già dai nomi “il preambolo” e il più famoso “CAF”

L’alleanza tra Craxi, Andreotti, Forlani, con la sua litigiosità, i governi di piccolo cabotaggio, l’aumento della spesa pubblica e la pratica del sistema delle tangenti, portò inesorabilmente, come aveva predetto Moro nelle sue lettere, alla fine dei partiti tradizionali.

Anche sul piano sociale l’impatto fu grande. In pochi anni si esaurì la spinta di sinistra e riformatrice che aveva percorso tutti gli anni 70 “gli anni affollati”, ad essa si sostituì la sfiducia nelle ideologie ed il ripiegamento nel privato degli anni del riflusso.

In quei 55 giorni, si giocarono, quindi, grandi partite dal punto di vista politico ma anche umano. Grande fu il costo pagato dalle singole persone in questa vicenda.
A partire dalle vittime. I cinque uomini della scorta, lavoratori innocenti eliminati brutalmente senza altra colpa che quella di servire fedelmente lo Stato.

Aldo Moro costretto a subire un’agonia durata 55 giorni in cui lo sgomento, la speranza e la disperazione si alternarono continuamente. Infine la sentenza di morte, che colpi un uomo che si sentiva solo e abbandonato dal partito in cui aveva militato per oltre quant’anni.

I familiari degli agenti di scorta, ai quali fu tolta repentinamente la presenza dei loro cari.

La famiglia Moro richiusa nella propria angoscia, impotente davanti alle grida che giungevano attraverso le lettere sempre   più disperate del loro congiunto.

Ma anche gli uomini del potere, chiamati a scegliere tra ragion di Stato e la vita di un loro compagno. Basti pensare alla figura di Benigno Zaccagnini, segretario della DC e amico fraterno di Moro, che uscì umanamente distrutto dalla vicenda.

Di Cossiga, che “alcune” ricostruzioni dietrologiche individuano come uno dei “responsabili” in qualche modo della morte di Moro, si narra, non si sa quanto sia poi vero, che dopo il 9 maggio improvvisamente incanutì e fu colpito da vitiligine.

I compagni di partito che rinnegarono le lettere di Moro e restarono sordi alle sue richieste di aiuto. Gli esponenti della linea della fermezza che impedirono qualsiasi tentativo di mediazione.

Ed infine gli uomini delle brigate rosse chiusi nella loro folle ideologia, divisi sul da farsi, a mano a mano sempre più consapevoli del fallimento del loro progetto politico e forse della ferocia dell’atto che si apprestavano a compiere.  Nella telefonata alla signora Moro in cui si chiede per l’ultima volta l’intervento della DC.  Moretti dice « [Questa telefonata]  l’abbiamo fatta solamente per scrupolo nel senso… che sa… una condanna a morte non è una cosa che si possa prendere così alla leggera… neanche da parte nostra….»Quel “neanche da parte nostra”  potrebbe indicare il tentativo di giustificare un atto di cui si avverte tutta l’inevitabile ferocia.

La vicenda Moro si può definire una tragedia moderna in cui tutti i personaggi agiscono guidati, da logiche tra loro assolutamente inconciliabili e sono spinti verso un finale di morte e annientamento.

Dispiace constatare che, di quella tragedia che ha così fortemente colpito il nostro paese, la maggior parte della pubblicistica abbia privilegiato un solo aspetto, il cosiddetto “Caso Moro” continuando a segnalare le presupposte mancanze della verità “ufficiale” e proponendo verità, contradittorie tra loro ed, a volte, addirittura imbarazzanti.

A cominciare da Via Fani, dove, si pongono alternativamente, agenti della CIA, del KGB, della Stasi cecoslovacca, Gladiatori e esponenti della malavita, fino all’assurda ipotesi che Aldo Moro non arrivò mai in via Fani ma fu prelevato da qualcuno direttamente nella sua abitazione.

Anche sulla “prigione del popolo” ci si è molto sbizzarriti indicandola di volta in volta: in una villa del litorale a nord di Roma, in una caserma dismessa delle forze dell’ordine, in un palazzo principesco di via Caetani ed in ultimo nell’attico della palazzina di via Massimi 91. Il tutto senza avere in merito una minima prova ma solo fantasiose ricostruzioni logiche.

Ben poche sono invece i lavori, alcuni pregevoli, che cercano di ricostruire il rapimento di Aldo Moro nella sua complessa drammaticità.

In cronaca di un rapimento si cercherà di raccontare, giorno per giorno, i fatti, le decisioni, le speranze e le delusioni che segnarono quei 55 lunghissimi giorni.

Per far ciò si farà riferimento alle inchieste giudiziarie, alla documentazione delle commissioni parlamentari, alla vasta serie di testimonianze, scritti ed interviste in cui i protagonisti raccontano la “loro” verità”, segnalando di volta in volta, a nostro parere le eventuali incongruenze.

 

   


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